La morte di Marco Pannella

La morte di Marco Pannella

Con tutta la simpatia e la stima per uno che distribuisce il marocchino 00 davanti all’Hotel Plaza, non posso sopportare l’ipocrisia, quanto meno l’idiozia post-moderna e figuriamoci il #Giornalarismo.

Marco Pannella non é uno dei padri costituenti, non é responsabile delle leggi su aborto, divorzio e sull’eutanasia per le forme di vita che albergavano il suo cuoio capelluto.

Il cuoio capelluto di Pannella

Avrei voluto poter dire a Marco Pannella, probabilmente, purtroppo o per fortuna, una cosa che sono l’unico della mia generazione a pensare. Le leggi sull’aborto e sul divorzio, pur non rappresentando la legalizzazione di un crimine e la corruzione dell’identità culturale di questo paese, hanno consegnato alla  mia generazione un paese che non cresce più da nessun punto di vista, ne numerico, ne economico, ne culturale. Soprattutto un paese in cui la politica è morta!

Chissà se mai qualcuno tirerà fuori che, probabilmente, durante la guerra, faceva il “mestiere” insieme a Licio Gelli. Per il poco che ho avuto la fortuna di studiare, Marco Pannella é uno dei responsabili e dei sopravvissuti alla morte del sistema proporzionale. Di fronte ad un paese che dal ’68 non ha visto terminare una sola legislatura senza scioglimento anticipato delle camere, i radicali hanno occupato posti in parlamento, votato  contro le leggi sul finanziamento pubblico ai partiti (concedendosi il lusso di incassarlo) e vestito i panni della Valle d’Aosta del parlamento italiano negli ultimi 50 anni di cronaca.

Una vita, la storia del partito radicale italiano

Insomma Marco Pannella, dal punto di vista politico, é una vera e propria allegoria del riscatto della minoranza. Ma rispetto alla storia d’Italia, che la nostra generazione sta vedendo scrivere, non rappresenta altro che il minimo sindacale del principio di rappresentanza.

Marco Pannella, Io sono contro

E per questo é singolare apprendere la notizia della sua morte quando viviamo in un epoca in cui non é più possibile votare il proprio rappresentante in parlamento. Ecco, Pannella e i radicali, (entrambi simulacri di se stessi) hanno una precisa responsabilità verso la nostra generazione, che oggi viene offuscata, grazie al potere dei media di massa, dalla cronaca delle grandi battaglie e conquiste degli eterni professionisti della lista “impepata” all’italiana.

Certo, accanto a loro ci sono nomi ben più altisonanti, che pur avendo la responsabilità primaria, dettata dalla funzione di governo, sono sfuggiti ad un processo politico grazie al proliferare di quelli penali. Ma vedere Pannella sfuggirvi grazie alla pochezza dei giornalisti e intellettuali attualmente in “carica”, per uno che non ha mai potuto votare con una minima convinzione nell’investimento della rappresentanza, diciamocelo, é veramente il colmo.

Pannella, il padre dei radicali italiani

Pannella era un uomo di una simpatia unica, un mostro della radio, un grandissimo comunicatore! Uno che va a La Zanzara e distrugge lo studio. La vera sintesi del personaggio storico Marco Pannella sta nel blob che riproduce una sua “pernacchia” che segue alla frase “Oooh scusa! Ho dimenticato di dirti ‘na cosa!”. E nel suo confronto indegno con quella del maestro De Filippo, nei panni di Don Ersilio Miccio, in un vecchio film di De Sica, sta la tragedia culturale di questo paese.

Insomma riposi veramente in pace Marco Pannella, ma non raccontate alla mia generazione che si tratta di uno degli eroi di questo paese. Chiedo solamente rispetto per la mia paura e vergogna nell’inserire nella stessa frase le parole “Pannella” e “Politica”.

P.S.

A tutti i professionisti dell’etica sociale, vorrei ricordare che Pannella ha portato a casa il fior fiore dei vitalizi, senza neanche il bisogno di votare a favore delle leggi che hanno creato i privilegi dell’attuale classe politica. E come ciliegina sulla torta, aggiungerei che la prima volta che ho esercitato il diritto di voto e mi si è chiesto di scegliere fra Berlusconi e Rutelli, ascoltando Montanelli, mi sono “turato il naso” e ho votato per i radicali.

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Marino, Sindaco di Roma al 30%

Marino è un personaggio ad effetto, lo sanno bene gli attenti lettori della cronaca romana, dai tempi del Blitz (e del grande scoop) al Policlinico Umberto I. Lo si vede dallo zainetto. Lo si evince dalla percentuale di elettori (il 30%) che hanno sostenuto il neo-eletto rispetto agli aventi voto. Un altro scoop, sfuggito ai maggiori baluardi dell’informazione nostrana.

La premiata ditta Pomata-Mandrake - Febbre da CavalloIgnazio è arrivato una decina di anni fa con furore e zainetto dagli USA. Una sorta di supposta post-piano Marshall. Sono passati solo pochi giorni dalla sua investitura, ma il novello sindaco si trova già in prima linea per l’adempimento del proprio programma. Scorazza in bicicletta su e giù per il centro di Roma a controllare gli spazzini, si fa carico di avvertire i marocchini che vendono cianfrusaglie di Fendi sui marciapiedi del centro che sta passando la macchina della guardia di finanza. Pare, si dice, che abbia già stretto accordi con la ditta Pomata-Mandrake per la costruzione del nuovo stadio a Capannelle.

Marino si è fatto subito trovare sul piede di guerra e pronto a sfoderare le sue doti da moralizzatore. Sorpreso da cotanta intraprendenza e determinazione vorrei elevarmi rispetto al ruolo di ordinario cittadino e contribuire alla moralizzazione.

Sindaco! Gli spazzini sono i primi a sapere che la raccolta differenziata viene rimescolata per fare il blu-diesel per i dipendenti di Ceroni, il proprietario dell’AMA al 49%. Ceroni-AMA raccoglie la spazzatura e Ceroni-Ceroni viene pagato da Ceroni-Ama per smaltirla. Lei sfreccia in bici sullo sfondo con un tubetto di triplo concentrato di pomodoro Mutti mezzo spremuto che spunta dallo zaino…

Per questo motivo, caro sindaco gli spazzini non si permettono di chiamare i vigili perché lo sanno che i cittadini comincerebbero ad aspettarli al cassonetto per regolare fino in fondo le ammende. Per non parlare del fatto che una telefonata ai vigili in questa città equivale ad un cero a San Gennaro. Glielo dico io perché: gli operatori ambientali devono essere rimasti abbagliati da quel modo tutto suo di portare lo zainetto quando inforca la sua bici.

zbassosacchettoInsomma come vede la situazione è complicata… Io le auguro un buon 30% di potere e tanti parenti ed affini ad organizzare i settimanali scioperi estivi dell’ATAC. Ed infine le do un appuntamento sotto al campidoglio: sono troppo curioso di scoprire se nello zainetto porta quella famosa “idea nella testa” di Bassolino: sappiamo tutti come è andata a finire!

Bassolino e Marino

Bassolino che contempla la sua idea nella testa e Marino con l’idea nello zainetto.

YanezDeGomera

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Perché Crozza é Crozza!

Perché Crozza é Crozza!


Crozza contestato a Sanremo 2013

Lungi da me il voler mettere in dubbio il diritto di fare satira politica, signor Crozza. Ma se parliamo di un diritto, che quindi le deve essere riconosciuto da qualcosa o qualcuno, allora non stiamo già parlando di censura? Io, sinceramente più che come tale lo percepisco ormai come una necessità.

Ma ancor di più vorrei che fosse chiaro che la censura é un discorso serio. I sistemi nervosi dei nostri nonni (io sono dell’83) sono stati martoriati di censura! Ma la censura non vuol dire che qualcuno ti impedisce di dire qualcosa. Il sequestro preventivo é una forma di censura, ma se tu ti esibisci davanti ad un pubblico che ti fischia due sono le cose: o il pubblico é di basso livello o é di basso livello lo spettacolo! Oppure molto spesso le cose sono tre, perché si verificano entrambe le alternative.

Crozza il copertinista

Davvero sono diversi anni che la seguo, e guardi che faccio parte dei puristi che la apprezzano dai tempi dei Bronkovitz ad Avanzi. Ed é da quando fa quel simpatico siparietto con Floris a Ballarò che non mi fa più ridere. Perché la politica non é roba da ridere. Si lo so: l’editto bulgaro, la “povera” sorella Guzzanti, Beppe Grillo, la malattia mentale di Luttazzi, Berlusconi che é la caricatura delle caricature di se stesso, Guzzanti fratello che tanto sarà sempre una spanna sopra agli altri, il fatto che ormai anche l’Accademia della Crusca ha sancito che l’aggettivo “Fazioso” ormai si pronuncia “fazio” e viceversa… non me la posso prendere con lei direttamente. Lei, signor Crozza fa il suo mestiere, io lo so.

Il problema é che il mestiere che lei fa non é più il comico ma piuttosto il “copertinista”. Poi la sbattono in prima serata nel bel mezzo del primo luogo comune di questo paese, ci sono le elezioni, si é dimesso il Papa, forse l’India ci dichiara guerra con gli elicotteri leghisti, e lei che deve fare? Una canzone del nano malefico, una di Bersani, l’imitazione di Ingroia é praticamente come sparare sulla croce rossa e per finire Montezemolo, perché dato che gli italiani ormai non hanno una lira, il figlio naturale dell’Avvocato, il ricco per antonomasia, deve stare sulle scatole a tutti.

La par condicio in un monologo

Crozza, lei applica la par condicio al suo monologo, da un colpo al cerchio e uno alla botte e ha risolto la questione: porta a casa un pareggio e sono tutti contenti! E la sua satira politica mi pare un po’ troppo accomodante e costruita ad arte sia per essere satira che per essere politica.

Luciana Littizzetto

Ma la cosa più grave non é questa. Piuttosto il fatto che di fronte ad un Sanremo presentato da Fazioso, su cui aleggia questa idea assurda che al posto di due stangone senza cervello sia molto meglio la Littizzetto, il clou della prima serata, il primo pezzo forte che cos’é? La copertina di Crozza. Il tutto si svolge durante la campagna elettorale, tutti si chiedono cos’altro avrà da dire la nana esagitata sul suo editore, Bersani fa il ballerino fra Monti e Vendola manco fosse quello della canzone di Lucio Dalla (“…non pensare alla pistola che hai puntata contro…”), e Fazioso pensa di cavarsela con una spolverata di “copertinista”?

In cuor mio, a parte una serie di espressioni censurabili, ho pensato: ma perché nessuno lo fischia? Ed ecco che interviene la tua colpa e il dolo di cui mi sento oggetto, caro Crozza. Tu hai fatto sì che il mio primo istinto, la mia reazione più naturale, corrispondesse agli atti di un consigliere del Pdl. Puoi immaginare qualcosa di più grave, bieco e triste? Si tratta esattamente della stessa cosa che pensano gli elettori che il PD sta perdendo: Bersani mi sta portando a rimpiangere i tempi del nano malefico, in cui lui faceva semplicemente l’opposizione e gli bastava assicurarsi che i suoi stessero a casa per il voto sullo scudo fiscale. Per chi non ne avesse memoria, poteva cadere il governo.

Insomma Crozza tu che c’entri? Sei un brav’uomo, un bravo attore, un fedele “piddino” che fa sempre i compiti a casa e si arrangia sempre su come essere di parte pur sembrando super partes. Alla fine anche tu tieni famiglia.

Il fatto é che qui stiamo parlando di roba seria, di politica. E se tu ci scherzi e a noi ci fa ridere é veramente la cosa più triste del mondo. Poi ovviamente chi assiste ad uno spettacolo ha il diritto di fischiare, così come nessuno é autorizzato a comportarsi come un consigliere del Pdl. La verità però é che tu, caro Crozza, ti sei semplicemente scontrato con la realtà, con l’uomo della strada. Certo, il peggiore degli esempi di uomo della strada, ma purtroppo pur sempre uno valido (ahimé!)… E guarda un po’: persino fare il copertinista all’Ariston é più difficile che farlo in uno studio televisivo.

YanezDeGomera

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Il Blitz, lo Scoop e la paziente in coma…

Scandalo al policlinico Umberto I di Roma, una paziente in coma legata alla barella da 4 giorni. Questo sensazionale Scoop del Corriere.it è così sensazionale che ha preso tutti di sorpresa. Infatti tutto nasce da un “Blitz” dei Senatori della Repubblica Marino e Gramazio. Ed è talmente vero che è stato un Blitz, che alla redazione online hanno dovuto affidare la copertura della notizia al barbone che dormiva nei famigerati sotterranei del primo ospedale della capitale. Pare che l’uomo sia uno di quelli che, in seguito alle dichiarazioni di Monti, hanno deciso di licenziarsi stanchi della monotonia del posto fisso.

La vera paziente

Senatore Ignazio Marino - Medico Chirurgo

Ignazio Marino, Senatore PD

C’è da chiarire che una paziente in coma deve essere legata al suo giaciglio se sai che dovrà aspettare 4 giorni e il “Blitz” di Gramazio e Marino prima di essere ricoverata. Perché se la barella è senza sponde la signora rischia di cascare. E uno si chiede: ma che cosa vuoi che ne sappia il Senatore Marino (che è medico chirurgo)!? Il policlinico Umberto I è in una situazione da terzo mondo?! E chi aveva mai sentito parlare della famigerata “piastra”?! Ma il punto è che la chiamano così per un altro motivo. Non perché è una sala con un muretto in mezzo che permette l’incolonnamento di una minima parte dei pazienti che, purtroppo, piuttosto che per fortuna, finiscono al pronto soccorso dell’Umberto I, ma perché in fondo alla sala può capitare di imbattersi in teglie di caldarroste cotte sul fornetto da campeggio in sala infermieri.

Ma veniamo alla notizia, è lei la vera paziente. L’unica vera notizia è che tutto questo viene sbattuto in “Home Page” del sito del primo quotidiano italiano perché Marino Gramazio è sceso dal colle a spartire le acque del mar repubblicano! Per di più con titolo sensazionalistico sulla “Front Page” nonostante l’articolo ne dimostri l’inadeguatezza. Ma che cosa dovrebbero dire tutti gli altri?! E tutti quelli che si trovano nella stessa situazione ma in altre strutture?! Il sito di un quotidiano serio dovrebbe preoccuparsi di trasmettere una lettura un attimo più avveduta di un fatto come questo. Invece fa notizia che al Corriere.it hanno aspettato il 2012 a scoprire la situazione che c’è nei sotterranei del primo policlinico della capitale. Ma lo Scoop vero a questo punto diventa il Blitz!! Gramino Marazio, mezzuomo medico chirurgo, non sospettava minimamente di essere stato anticipato dalle Iene! Marazio Gramino non si è neanche reso conto della presenza della redazione online del Corriere, pare fossero travestiti da barboni che dormono nei sotterranei del policlinico.

Scandalo al Policlinico Umberto 1° - La compagnia della sera.it

Ignazio Marino, Ferruccio De Bortoli, Domenico Gramazio

Marino, Gramazio e la compagnia della sera.it

E arriviamo fino all’alta funzione sociale del Blitz e dello Scoop. Ora è cambiato tutto. I direttori del pronto soccorso sono stati sospesi e soprattutto le acque si sono richiuse su di loro. La piastra ormai non è più una piastra qualsiasi, è una piastra in prima pagina del Corriere.it, fra il tatuaggio osé di Belen e l’ultimo servizio fotografico delle modelle di biancheria intima di Victoria Secrets(…). E allora si pone la questione: ma che dovrebbe fare il Corriere.it? Non dovrebbe parlarne? Gramino doveva rimanere a casa di Bilbo nella Contea?

No il punto sta da tutt’altra parte. Qui vanno riscritte le regole e senza dubbio cominciare a farle rispettare non può essere negativo. Ma quando la democrazia è sospesa e ci si affretta a far tintinnare le manette c’è il rischio che la libertà venga ridotta alla prima pagina di un quotidiano online (ormai fra i più mediocri). E il rischio ancora più grave è di calpestare la dignità di tutti i medici che, tutto sommato, con il terzo mondo ci si confrontano ogni giorno da vicino. E molto spesso quei medici che legano i pazienti ai letti e quegli infermieri che arrostiscono le caldarroste, e che lavorano in quelle condizioni, spesso non hanno un contratto di lavoro stabile. (Tò, Una notizia!) Di sicuro meno stabile degli incarichi di Marino e di Gramazio e del contratto di De Bortoli.

Gli agitatori di manette, i giornalisti eroi civili, i conduttori politicamente (s)corretti, i politici (non) professionisti, sono agli sgoccioli. Gli eroi veri prima o poi c’è il rischio di ritrovarseli sotto casa. Perché questo è un sistema che crea divisioni e disuguaglianze. Come, purtroppo, dice anche Celentano, il popolo è sovrano e prima o poi l’aristocrazia corporativa dovrà farci i conti. Io personalmente comincerò proprio dal ragazzo della via Gluck. Un medico specializzando che, dopo 12 ore di guardia, se ne fa altre 8 di reparto perché sa che questo potrebbe lontanamente avvicinarlo a quel monotono posto fisso tanto ambito, potrebbe voler recarsi sotto casa di Gramazio e Marino. Ma l’importante è che si presentino in molti anche sotto casa dei professori che ritengono che basta un’incensata della loro scienza a risolvere i problemi di questo paese.

A questo paese manca una sola cosa sulla quale è fondata la Repubblica Democratica: il Lavoro! E intendo il lavoro quello serio, quello che, in definitiva, é il mattone della Repubblica. E si tratta della stessa cosa che manca alle opere degli agitatori di manette, dei giornalisti eroi civili, dei conduttori politicamente (s)corretti e dei politici (non) professionisti. E senza il Lavoro di tutti non si può che costruire il contrario della Libertà!

YanezDeGomera

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Monti e la democrazia in vacanza

Paroline in vacanza: crisi economica, crisi di sistema, indignazione, governo tecnico, il governo dei tecnici, nomina di senatore a vita, Europa unita, sospensione della democrazia, credibilità al livello internazionale, cena di Capodanno al Campidoglio, liberalizzazione, lotta all’evasione fiscale, riforme (non sia mai, costituzionali), legge elettorale, legge sulla protezione civile, legge sulla neve, decreto legge, emendamento responsabilità civile dei magistrati, vada a bordo, vada a spalare la neve, vado via… vieni via con me…

Snoopy e la neve

Un pensiero per il sindaco Alemanno (l'alpino)

“Paolo non lo sa, chi governerà…sa soltanto che vuole un amore…”

Paolo è un elettore di sinistra. Un uomo, un lavoratore, un cittadino che ha studiato Marx e ha visto il PCI, gli anni di piombo, tangentopoli, la Bolognina, Berlusconi e si ritrova con un pugno di Bersani. Paolo crede nello stato, nella Repubblica Democratica fondata sul Lavoro, e ormai non considera neanche da lontano la dittatura del proletariato. Però sa anche che non avrà una pensione, che paga le tasse per permettere agli evasori di evaderle, che vive in un paese più vicino al terzo mondo che al secondo. Paolo ha ricevuto l’etichetta del precariato e sa bene che questo non significa essere un uomo. Paolo ha deciso di lavorare: di pensare al suo pezzo di terra che poi tanto l’unione fa la forza.

E poi venne la crisi economica. Fallisce la più grossa banca di investimenti del mondo, sulla quale garantiscono le banche di tutto il mondo. Fallisce? Ma che vuol dire che una banca fallisce? E soprattutto che vuol dire che fallisce una banca che garantisce i prestiti delle altre banche?

Basta con le domande, è tempo di risposte e di vacanze.

La prima banca di investimenti del mondo fallisce ed il ministro del tesoro americano dopo pochi mesi salva dal fallimento la seconda banca di investimenti del mondo. Tutto questo accompagnato da un odore di massoneria che nel corso degli anni è arrivato a profumare, attraverso i giornali freschi di stampa, la casa di Paolo, l’italiano medio. Tutti conosciamo un Paolo. E Paolo non conosce neanche una persona che lavora in un’agenzia di rating.

Dopo qualche anno viene fuori che la crisi è arrivata in Europa. E siccome noi stiamo in Europa, però forse ci cacciano se falliamo, allora ci serve il governo tecnico. Che però è un governo dei tecnici perché il Presidente del Consiglio, ventiquattro ore prima di diventare Presidente, e subito dopo essere stato fortemente raccomandato dal FMI, è stato nominato senatore a vita. Ed in nome dell’Euopa unita o dell’unione europea viene fuori che siccome nel nostro paese dal ’68 non c’è un governo che dura una legislatura intera, serve una sospensione della democrazia. E per fortuna il Parlamento, che dovrebbe rappresentare il popolo, si inchina al Professor Monti, detto anche “la politica é la mia peste”.

Le vacanze di Mario Monti

Questa la risposta alla crisi di sistema, all’indignazione. Un professore che, come tutti gli europeisti, crede in questo sistema in crisi, e non si pone minimamente il problema di un nuovo sistema. Non conta nulla  che i Cinesi pagano il lavoro un decimo di quanto si paga in Occidente o che in Brasile fanno andare le macchine con la canna da zucchero. Noi abbiamo recuperato la credibilità internazionale, abbiamo usato il pugno duro con tutti, fatto le liberalizzazioni, abbiamo abbassato lo spread, siamo andati a cercare gli evasori, ed ora è la volta della legge elettorale. Bisogna fare le riforme (non sia mai, costituzionali).

E Paolo si ritrova nella sua stanza a riflettere sul perché dovrebbe interrogarsi sul dilemma proporzionale/maggioritario? C’è il professore che ci pensa. L’articolo 18 lo difendono Bersani e la Camusso. Intanto scende la neve  sempre più profumata di massoneria. Si mischia con la metropoli e ne viene fuori un fango che a Paolo gli fa venire la voglia di andare via… si addormenta e sogna. Sogna Monti su una scialuppa di salvataggio che si chiama “Vado via”… E lui pensa “Vieni via con me”!

YanezDeGomera

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Liberalizzami questo!

Andiamo per ordine:

“L’unico fascista buono è il fascista morto” e i comunisti mangiano i bambini. Questo è assodato. Il fascismo è diventato la Repubblica di Salò, De André ha scritto che i cavalli vi sono morti di noia, e in una cinquantina d’anni gli elettori fascisti sono passati dal golpe fallito di Junio Valerio Borghese e dalla destra nazionale di Almirante alla veronica con dribbling di Gianfranco Fini e le passeggiate in bicicletta del sindaco Alemanno. Il partito comunista italiano è morto con Enrico Berlinguer ed i suoi eredi sono confluiti in formazioni politiche, vittime sacrificali della mancata svolta della Bolognina. Ma soprattutto non è riuscito nel compito più importante che era quello di fungere da espressione di una massa di base popolare per il rinnovamento ed il riscatto dallo schema leninista.

Per aggiungerne una,

Benedetto Croce è morto. Ha dedicato la sua vita alla definizione del concetto di liberalismo. Gli studiosi di Croce sostengono che la vera definizione del pensiero liberale è la vita stessa di Benedetto Croce!

Benedetto Croce

Benedetto Croce

Dicevamo:

Walter Veltroni, è di fatto il deus ex machina dell’apertura al liberalismo Kennediano. Eppure il PD ha cavalcato l’onda populista di un referendum che contraddiceva in tutto e per tutto la logica della liberalizzazione. Ma soprattutto nel nostro paese si sono impiegati trent’anni (come ha bene interpretato il fratello di Debenedetti, che fa il senatore per il PD) a liberalizzare le trasmissioni via etere. Si è messo su un teatrino che per ben due volte ha prodotto leggi ridicole all’insegna dell’astruso concetto della “fotografia della realtà”! Per poi arrivare alla legge Gasparri.

Tassisti e notai…

Tassisti protestano contro la Liberalizzazione davanti a Palazzo Chigi

Tassisti a Palazzo Chigi

Ecco, io vorrei un attimo dedicarmi all’uomo della strada che ovviamente percepisce con difficoltà il meccanismo secondo il quale aumentare la concorrenza (rimuovendo un privilegio ad una categoria/corporazione) vuol dire stimolare la crescita. La verità è che l’Italia ha bisogno di politiche di liberalizzazione e lo sanno benissimo tutti gli italiani, e soprattutto i politici.

Ma quindi, il vero problema non è la liberalizzazione, ma qualcosa che sta alla base della politica: la solidità del patto sociale! Sono cinquant’anni che si dicono queste cose, il vero ostacolo alla libertà è che non si fanno! E non si fanno perché non si riesce a mettere su una maggioranza e un governo abbastanza solidi. Questa contingenza si è venuta a creare con il governo Monti. Ora il vero tema centrale della discussione non mi pare quello di stabilire se Monti è De Falco e Schettino è Berlusconi, ma bensì: chi ci sale a bordo a coordinare i soccorsi?

Sta di fatto che a un certo punto del suo misterioso programma di governo, Monti dovrà arrivare al problema principale, dovrà riuscire ad isolarlo come se fosse un cancro e per forza di cose dovrà indire una Assemblea Costituente a suffragio universale e con l’esclusione dalla candidatura per ogni eletto in carica politica. Perché la politica viene prima del libero mercato, per quanto mi riguarda.

Ma soprattutto perché chi ritiene di dover continuare ad arrovellarsi sulla teoria della mano invisibile e sul libero mercato, evidentemente, non capisce che cosa sta succedendo nel mondo. Non si rende conto che questa è una crisi del sistema capitalista occidentale. Probabilmente lo ignora a tal punto che un giorno potrebbe ritrovarsi con delle responsabilità sulla coscienza forse anche un po’ più pesanti di quelle del capitano Schettino, responsabili di un naufragio che va avanti da decenni, da ventenni e da quando si è deciso di liberalizzare la politica. Ottenendo  esattamente il contrario della libertà!

YanezDeGomera


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Strauss-Khan e sua sorella


Strauss-Khan e sua sorella

Dominique Straus-Khan e Tristane Banon

Sul caso Strauss-Kahn (o come se chiama) ho da dire una sola cosa: a parte la perversione sessuale di quest’uomo ( che senza dubbio é una cosa grave), a parte la cameriera che pare abbia mentito (questo mondo assomiglia sempre più tristemente al cinema americano), a parte questa che se chiama Tristana (ma é quella de Tristano e Isotta, la morte per amore ecc…? e manco se vergogna un pochino?), a parte che gli americani sono un popolo di donne di facili costumi e protettori, a parte che l’unica cosa buona che hanno fatto i francesi nella storia é la rivoluzione (e so passati un paio de secoli, mo basta!), la cosa che trovo più insopportabile e seriamente irritante é che questo popolo di idioti non ha perso l’occasione di coniare un soprannome acronimo del cavolo il cui suono mi mette un nervoso simile alla sensazione della sabbia nel costume! Dé eS Ka de li mortacci vostri!

YanezDeGomera

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Spine nel fianco

Una simpatica battuta del sito “Spinoza.it”, ormai un cult della freddura a sfondo politico, da servizio del TG1, sulle voci di Facebook, recita: “Raccolta firme Pd, c’è anche quella di Zorro. Sempre dalla parte dei deboli.” con tanto di citazione dell’utente che la propone al pubblico del web. Certo, bisogna convenire la politica italiana offre degli spunti impagabili per un’operazione del genere. Basta ritornare allo scorso 14 dicembre, giorno in cui in parlamento si votava la fiducia al governo, e per le strade di Roma, la solita festa di paese dei manifestanti sfociava in guerriglia urbana. La notizia Ansa che seguiva gli aggiornamenti sugli scontri con la polizia, riguardava l’elegante “bras d’honneur” dell’esimio on. Gasparri al presidente della camera (suo malgrado Gianfranco Fini). Una scenetta del genere il miglior Guzzanti la teneva in serbo da anni, ma purtroppo Gasparri sta a Corrado come Luttazzi sta a Bill Hicks .

Spinoza é un’iniziativa interessante e divertente ma ormai la satira politica non si può più fare in Italia. Colpa della politica che ormai é morta e colpa dei comici che si sentono paladini della giustizia e si sognano intellettuali in esilio alla Gramsci. Il fatto é che Gramsci in carcere per le sue idee c’é stato davvero. E nei suoi quaderni non ha scritto del conflitto d’interessi, ma ha elaborato gli elementi teorici che hanno portato Togliatti alla svolta di Salerno, al patto di solidarietà nazionale che ha permesso di realizzare la costituzione ed ha posto le basi del partito comunista più importante d’Europa.

Spinoza si propone di portare all’occhio del pubblico la satira politica dell’uomo della strada. Che, appunto, é un’idea interessante e divertente, ma rischia di ridurre la critica al solito “Piove, governo ladro.” E la battuta sulla raccolta firme del Pd indica chiaramente quanto la situazione attuale riveli che la politica ha sorpassato la satira. Fa molto più ridere che il Pd organizzi una raccolta firme, strumento desueto e del livello dell’operazione Spinoza, per le dimissioni del premier, piuttosto che il facile giochetto del riferimento a Zorro. Quest’ultimo appare molto più artificiale. Se lo si raccontasse a un bambino delle elementari, probabilmente raccoglierebbe meno successo delle ormai desuete barzellette su Pierino. Mentre la trovata del Pd, a confronto, richiama le mitiche apparizioni di Rokko Smiterson ad Avanzi o le indimenticabili scenette con la suocera di Funari.

In Francia, il famoso comico Coluche, presentatosi alle presidenziali, un po’ per scherzo e un po’ per promuovere l’associazione umanitaria “les restos du coeur”, fu costretto a ritirare la propria candidatura perché i sondaggi lo davano per vincente. Chissà se il nostro Beppe Grillo avrebbe la stessa eleganza. Benigni di certo ne avrebbe approfittato solo per il gusto di fare con Napolitano la stessa scenetta dei parrucchini di Baudo in un Sanremo di qualche anno fa (quando almeno la De Filippi faceva la posta del cuore su Mediaset e risparmiava alla musica italiana fenomeni come Marco Carta, Valerio Scanu ed i “manà manà”).

A volte, quando la politica muore, quando sembra morire la speranza, quando sopraggiunge la rassegnazione alla mancanza di alternative, va a finire che quelli che criticano sono più scontati di quelli che vengono criticati. Eppure la critica e la satira, e ancora maggiormente quelle che si vorrebbero “spinose”, dovrebbero andare a pungere proprio in quei punti che evidenziano il luogo comune. Così, se la politica diventa ridicola, la satira diventa luogo comune. Con buona pace di quel lontano parente del sig. “luogo comune” che si chiama “cittadino qualunque”. Che mediamente si spezza la schiena a lavorare, paga le tasse,  e poco spesso ed ancora meno volentieri si reca a votare, con l’atroce dubbio di stare in fila per il biglietto dello stadio invece che al seggio elettorale  a rispolverare “Quant’é bella giovinezza” fra le aule di scuola.

Spinoza é una cosa molto più seria di quanto forse i suoi stessi ideatori possano lontanamente sospettare. Forse perché nell’idea di fondo c’é molta più critica storiografica della cronaca degli ultimi sessant‘anni di questo paese, che nelle pagine dell’Espresso. Questa idea racchiude un assunto di fondo, che probabilmente potrebbe essere catalogato come peggiore battuta proposta a Spinoza.it: questo non é un paese per giovani, é un paese per i comici!

YanezDeGomera

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Una placida ballata

“Il suo nome era Cerruti Gino,
Ma lo chiamavan drago.
Gli amici, al bar del Gabellino,
Dicevan ch’era un mago.”
Giorgio Gaber – La Ballata del Cerruti.
Kim Rossi Stuart - Vallanzasca, gli angeli del male

Vallanzasca, gli angeli del male - Michele Placido

A scuola si insegna che la storia contemporanea è un oggetto molto particolare. Nello specifico si può parlare di storia solamente se gli eventi in questione sono riconducibili a più di cinquant’anni dal momento presente. Il periodo che si interpone fra il presente e cinquant’anni prima è quindi oggetto dell’analisi storiografica, che, all’epoca attuale, non può prescindere dalla considerazione dei prodotti mediali riconducibili ad una data società e ad una data cultura. Così i nuovi mezzi di comunicazione, che sono nati e si sono diffusi pressappoco negli ultimi cinquant’anni, sono legittimamente candidati ad occupare un posto rilevante nell’ambito di tale analisi.

Da una decina d’anni, in Italia, si assiste ad operazioni commerciali che, per forza di cose, avvicinano una serie di prodotti mediali ispirati ad eventi storici particolarmente rilevanti e relativamente recenti, ad assunti storiografici propri di quel livello di analisi. Insomma, una serie di libri, film, serie televisive, prendono in oggetto eventi storici che, spesso e volentieri, i libri di storia delle scuole di Secondigliano, di Spinaceto e del quartiere Giambellino, nel 2011, trattano con le pinzette e spesso, anzi li sorvolano, proprio perché non si tratta di storia con la “S” maiuscola.

Sarebbe senza dubbio censura, e sarebbe oltretutto da stupidi e da ignoranti, impedire a De Cataldo di raccontare la storia (romanzata) della Banda della Magliana, a Placido di farci un film ed a Sorrentino di raccontare, dal punto di vista di un autore cinematografico, la “spettacolare vita di Giulio Andreotti” (dando per scontato, per altro poco elegantemente e soprattutto erroneamente, che questa sia finita). E sarebbe altrettanto reazionario, oltre che da stupidi e da ignoranti, da parte dei tre autori, citati ad esempio, lesinare la cura della ricostruzione del contesto storico.

Ma può questo contesto essere reso in un romanzo o in un film di tre ore impostato su un livello narrativo che richiama i film d’azione americani? Le operazioni cinematografiche di Placido, tutto sommato, non consistono semplicemente nell’appiccicare con lo scotch una propria foto sul busto di Scorzese e nel fare di De Cataldo il proprio Mario Puzo? E soprattutto in merito alla recente produzione di un film sulla vita di Vallanzasca, quanto può costare la riabilitazione a moderno Robin Hood dal criminale che era, rispetto a quella di Craxi, che è morto ed al quale la Moratti ha pensato di dedicare una Piazza, vista la particolare tranquillità e l’assenza di contrapposizioni nel clima politico?

Certo, parliamo di operazioni commerciali economicamente rilevanti, e di un intento tutt’altro che condannabile a priori. Ma per quanto Placido si sia distinto come pluridecorato attore (e soprattutto non per la lotta alla mafia che spara a salve nello schermo televisivo dell’italiano medio), non può essere elevato al rango di professore di storia che non è ancora storia. Perché Vallanzasca è ancora vivo e sta ancora pagando il suo debito con la società; perché i parenti delle vittime del terrorismo degni anni ’70 e delle stragi di mafia si stanno ancora leccando delle ferite scoperte ed esposte alla luce del sole; perché sentire che i ragazzini del 2011 vengono, inevitabilmente quanto indebitamente, esposti alla mitizzazione di figure lontane anni luce dal bandito che ruba ai ricchi per dare ai poveri, risulta inaccettabile proprio a chi non tollera alcuna forma di censura. Ma soprattutto, perché la crisi intramontabile della classe politica attuale non può essere storicamente disconnessa da quel contesto storico che un finto pescatore di “purpetielli” cerca di ricostruire.

Non si può pensare di affrontare queste tematiche lesinando un serio ed approfondito giudizio politico. E non si può pensare di raccontare quelle storie, nel 2011, senza il minimo, seppure ingenuo o involontario, sconfinamento verso i pregiudizi di parte.

E così, nel vedere la vita di Vallanzasca raccontata da Placido che cerca di passare alla storia come novello Goebbels “de noantri”, viene da chiedersi dove sono i buoni e dove sono i cattivi. Rimane da interrogarsi sul motivo per il quale il pubblico italiano dovrebbe essere più interessato a dove si collocano queste categorie secondo il nostro De Mattei degli anni 2000, che secondo un Esposito qualunque. Rispetto a “Romanzo Criminale” non si sceglie neanche di basarsi interamente su di un romanziere vestito da storico come De Cataldo, ma ci si affida proprio al racconto diretto di chi paga nient’altro che i propri crimini, frutto della propria fame nella stessa misura in cui è frutto del proprio fallimento esistenziale e cioè la scelta della violenza come strumento per il potere (e non della redistribuzione equa della ricchezza).

La semplice e squisita “Ballata del Cerruti”, scritta da Giorgio Gaber, che si rivolta nella tomba al ritmo dello scandire di Celentano su cosa è Rock e cosa è lento, ha un valore storiografico immensamente più grande di tutte queste operazioni commerciali e mistificatorie. Vallanzasca non era solo il bandito gentiluomo e “tombeur de femmes” che si cerca di sbattere in faccia al quattordicenne del 2011, ma anche l’apostrofo con cui le nonne di quegli anni chiamavano i bambini capricciosi e svogliati.

Così Gaber si limita solo apparentemente a  raccontare la realtà nuda e cruda, sa bene di sfiorare appena il pesante trono dello storico, e nel raccontare fino in fondo qual’è la lezione morale delle avventure del Cerruti, si siede sul trono ben più magnifico del poeta. E riesce così ad esprimere un giudizio morale infinitamente più raffinato attraverso l’allusione che si crea ad opera di una sola piccola parola. L’allusione è così efficace che arriva a scimmiottare non solo i contemporanei del cantautore milanese, ma tutti i bambini capricciosi della storia di questo mondo che sono convinti, per vizio o per fame, che rispetto a sgobbare sotto il padrone è meglio andare a fare le rapine. Magari si tratta dello stesso sedile di cui era alla ricerca il “Michelone” nazionale, ma pare che sul set non si riuscisse neanche a reperire la sedia di pezza scolorita del regista!

“È tornato al bar Cerruti Gino,
E gli amici, nel futuro,
Quando parleran del Gino,
Diran che è un tipo duro…”

YanezDeGomera

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Roberto Saviano ed i professionisti dell’antiqualcosa.

Roma, 10 novembre 2010

Roberto Saviano, giovane eroe, rinsavito dall’effetto Gomorra, è ormai politicamente schierato contro la maggioranza e contro il governo. Le ragioni di questa presa di posizione sono fuori dai giochi di potere e fuori dalla politica. Sono esattamente il segno più chiaro del dilagare del qualunquismo. (Come diceva Guzzanti Corrado, in uno spettacolo pre-editto bulgaro, “Stamo cor sistema bipolare, se chiama Bi-qualunquismo”).

Il programma, nato, per caso, nella stessa cornice di una bagarre multimediale e multimediatica, fra quelli che indiscutibilmente rimangono un dirigente ed i suoi dipendenti, obbiettivamente vergognosa,  ha il pregio di proporre uno stile ed un genere diverso dallo standard della Rai (cioé il nulla, ma intendo il nulla de “La storia Infinita” di Michael Ende). Bisogna però tenere presente, che Saviano è un personaggio importante, per Napoli, per l’Italia e per la lotta alla mafia. E su quest’ultimo punto è doveroso precisare: per la lotta agli ostacoli che si pongono, da quasi cento anni di storia d’Italia, alla costruzione di uno stato civile e democratico.

Gomorra è un libro importante ed un fenomeno culturale e mediatico molto interessante. E sono importanti e molto interessanti le reazioni dei napoletani e degli italiani alla domanda che si pone con forza in seguito al successo di Saviano: Napoli è Gomorra? La borghesia napoletana ha recepito tutto questo con sdegno e rassegnazione, riconoscendo la realtà nella quale vive attualmente nel quadro descritto dal giovane scrittore. Gomorra sottolinea, quasi con un marchio a fuoco, le gravi colpe di quella borghesia e di quella classe dirigente. E la risposta, di quella che non è solamente la “Napoli-bene”, è un assenso dipinto con un silenzio tombale dai toni grigi e tristi.

Ci sono solo due problemi pesanti come macigni.

1. Il primo libro di Saviano è il bambino di cui Benigni parlava nello speciale, andato in onda su Raiuno, e dedicato al Paradiso della Divina Commedia, quando si trovava ad interpretare il punto in cui Dante parla dello sguardo di Dio. Si tratta di quello stesso sguardo di quel bambino, ma in una versione monca. Oltre alla mirabile poetica dei racconti con cui si apre il libro, ed il conturbante elenco di atti giudiziari di cui i professionisti dello scandalo di Cogne non si sono mai accorti, vi è una terza parte di quell’opera che, per motivi sconosciuti, non è mai stata pubblicata. Sarebbe la parte dedicata alla politica. In cui il giovane scrittore di belle speranze spiega che il risultato di decennali lotte fra le realtà democristiane più variegate e l’opposizione del PCI è stato il Governatore Bassolino. Una via di mezzo fra un tiranno ed un despota, che, d’altronde, sta offrendo una affascinante rivisitazione in chiave moderna dell’immagine di Nerone, con la spazzatura al posto del fuoco.

E magari  questo fantomatico terzo capitolo potrebbe fare un cenno al personaggio di Pino Amato, esponente di spicco della corrente dei cattolici di sinistra di Napoli, ucciso barbaramente dalle brigate rosse, dimenticato dai giornali e dalla politica. Il personaggio di Amato, che si era reso protagonista  della costruzione di un impianto politico efficace in ambito regionale, e soprattutto di istituzioni sane e libere, avrebbe rappresentato un elemento imprescindibile all’analisi politica di cui Gomorra lamenta l’asportazione forzata. Forse il progetto politico di Pino Amato, improntato sui valori dei cattolici democratici, potrebbe essere una versione immensamente più raffinata delle webcam in consiglio regionale tanto invocate dal Movimento Cinque Stelle vicino al Grillo Nazionale (il volo di Icaro poi si è realizzato ad opera della massima istituzione sociale italiana: Striscia la notizia). Eppure il fatto che dopo la morte del politico napoletano tutti i suoi progetti siano caduti, casualmente, nell’oblio, sembra un delitto mafioso ben più grave dell’omicidio: oltre alla persona sono morte le idee.

2. Il personaggio mediatico Saviano ed il fenomeno Gomorra sono stati atrocemente violentati alla luce del sole. Roberto, caro a Travaglio, è giovane. E sopra di lui è ormai stata ricamata una sovrastruttura mediatica che, distorcendone le intenzioni e la buona fede, ne ha fatto esattamente un “professionista dell’antimafia” prestato alla politica. E viene veramente una sincera tristezza, che maschera la rassegnazione, ad osservare il crescendo rossiniano con cui, a poco a poco, l’intellettuale napoletano è andato a cascare, infilandosi “di secco” (“ e’ sicc’”, sistema integrato delle comunicazioni? È robba de Mondadori Savià!) e poi sistemandosi “di chiatto” (“e’ chiatt’”, o forse dovrei dire “di Fazio”?), nel teatrino della politica  italiana.

Facciamo salvo lo spettacolo di buon livello, ma intendiamoci, di buon livello rispetto al Grande Fratello, sarebbe anche uno spettacolo di bambini delle elementari, con la musica di Paolo Conte. Non fa nient’altro che tristezza, al napoletano borghese, assistere alla drammaturgia retorica ostentata da Saviano intento a recitare il giuramento della Giovine Italia, subito dopo aver sottolineato di avere dei parenti genovesi uccisi perché aderenti all’associazione di Giuseppe Mazzini. “Vieni via con me” è un’operazione politica. Il monologo (o comizio?) finale, con la bandiera italiana in mano, marca l’inizio della campagna elettorale della coalizione che si vuole di centro-sinistra. Il messaggio è chiaro e viene retoricamente enunciato prima dell’annuncio trionfante: con Vendola ma senza Di Pietro. E il chierico Travaglio risponde prontamente sul fatto quotidiano (editore puro!?) con un fondo intitolato “Caro Roberto”, che si conclude sull’interrogativo: ma chi può dire chi dei due fra Falcone e Galasso avesse ragione?

Nella trasmissione spiccano diverse novità.

Robert “Fitzgerald” Saviano accenna, “en passant”, al fatto che una personalità come Leonardo Sciascia prese una cantonata accusando Borsellino nel suo famoso articolo sui “professionisti dell’antimafia”. Ora Saviano sarà anche la nuova speranza degli intellettuali italiani, ma quantomeno, potrebbe avere pudore e adottare un certo timore reverenziale verso una personalità di spicco come l’autore di “A ciascuno il suo”. Ebbene no, il messaggio che passa è: Saviano in esilio come Dante e “Sciascia ci cascò”!

Il bi-qualunquismo, imprestato alla felice intuizione di Guzzanti, dilaga sulla scia del dualismo monologo/comizio (del resto, di craxiana memoria) e l’ossessione dell’elenco. Ogni volta viene da chiedersi: UN elenco? E soprattutto: un elenco o una lista della spesa? Ma si aggiungono a questi le opposizioni irrisolte, buttate lì con avveduta retorica una dietro l’altra con il mistificato filo conduttore della dialettica elettorale.

Ma la grossa novità, il filo nascosto, apposta ed a malapena, dalla struttura retorica della trasmissione, è un assunto che lascia di stucco: in Italia la mafia comanda! E la risposta del pubblico a cui Saviano vuole rivolgersi, cioè quelli che vanno a votare poco convinti o che non ci vanno, non può che essere: la mafia comanda sempre, la mafia è più forte dello stato, se non lo fosse, allora non sarebbe mafia! L’unica verità è che la mafia, in Italia, esiste e quindi comanda, perché nessuno ha mai saputo raccogliere il compito della lotta alla mafia sul piano politico! Comanda perché nessun’altro riesce a comandare!

La campagna elettorale per le prossime elezioni politiche è cominciata in televisione e questo è vergognoso. Perché la crociata televisiva di Craxi negli anni ‘80 era un’astuta mossa sorretta dal relativo spessore politico del personaggio e soprattutto del contesto nel quale era inserito, ma quantomeno era dialettica politica dichiarata. La sinistra invece fa propaganda elettorale con i comici e i “giornalisti-autori televisivi malgrado loro” mistificando le spaccature fra nord e sud, destra e sinistra e fra ricchi e poveri, enunciando chiaramente che la divisione non è una soluzione, mentre, forse in molti casi inconsapevolmente, ne alimentano lo sviluppo.

La campagna elettorale parte sul monologo di Saviano e subito dopo c’é un dialogo con Fazio che non è altro che un elenco bipolare con una maschera dialogica, e che finisce con  un minaccioso “Vado via” ed un bel “Vengo con te”. Quante delle fortunate famiglie dell’Auditel lo avranno notato? E quanti di quelli che l’hanno notato hanno potuto cambiare canale? E che senso avrebbe avuto, dato che si trattava della fine della trasmissione? Insomma, “vieni via con me” è la voce di una strega o è la voce di Paolo Conte innamorato? Saviano minaccia o propone? Ma soprattutto, ancora una volta dopo vent’anni da Tangentopoli, la sinistra vuole governare questo paese?

“Vieni via con me” fa pensare ad una vignetta dei Peanuts di Schultz, tanto cari a sua maestà Umberto Eco, in cui Linus Van Pelt, appoggiato al solito muretto, impegnato in una discussione sul senso della vita con Charlie Brown, conclude: “Non ha importanza dove andiamo… Non siamo mai partiti!”.

Sicuramente c’è da dire che questo è un paese nel quale uno dei massimi dirigenti della prima industria culturale viene scientificamente accusato di censura nel momento in cui lamenta l’opportunità di produrre, a spese dei contribuenti, un programma che si vuole di intrattenimento culturale a stampo nazionalistico, e che poi, come volevasi dimostrare, non è altro che una subdola scorciatoia per fare propaganda elettorale sfuggendo alla par condicio e soprattutto fuori dai termini stabiliti per legge in nome del popolo sovrano (anche in nome dei parenti liguri di Saviano). C’è inoltre da rabbrividire nell’assistere al fatto che Masi, dopo essere sceso così in fondo verso lo squallore nel disquisire sui giornali dei compensi dei suoi dipendenti, non vada a presentare le doverose dimissioni, al presidente della Rai che, sullo sfondo, si adopra a fare il voltagabbana e dà tanti colpi al cerchio quanti alla botte con il risultato di garantire lo share necessario a imporre il prosieguo della trasmissione. Ecco, queste mi sembrano ottime ragioni per andare via. Ma andare via accertandosi di non scegliere la stessa destinazione di Saviano e Fazio!

Parlare di censura televisiva porta alla mente un’intervista di sua (ulteriore) maestà Enzo Biagi a Pasolini, l’ultimo poeta italiano, escluso dal partito comunista per discriminazione, culturale in realtà, ma sessuale in apparenza, che dovrebbe essere proposto quotidianamente sulla pagina iniziale di Youtube in Italia. Nell’intervista Biagi esorta Pasolini a dire tutto quello che vuole senza timore di essere censurato. E il grande poeta gli risponde che non può dire tutto quello che vuole perché sarebbe stato accusato di vilipendio. Sarebbe stato accusato di un reato stabilito sempre in nome del popolo sovrano (nel quale sono sempre inclusi i parenti liguri di Saviano). Per giunta precisa che di fronte a certi ascoltatori lui stesso non vorrebbe dire certe cose. E tutto quell’estratto sarebbe da mandare a ripetizione nelle redazione di tutte le testate giornalistiche nazionali. “Nel momento in cui qualcuno ci ascolta nel video […] ha verso di noi un rapporto da inferiore a superiore che è un rapporto spaventosamente antidemocratico”. Una sola cosa, in definitiva, ci sarebbe da rispondere a Saviano ed ai professionisti dell’antiqualcosa: quello é un intellettuale!

La risposta all’enunciato “vieni via con me” l’ha data saggiamente Eduardo De Filippo praticamente sul letto di morte: “Jatevenne!”. Questo paese ormai é fatto per i Minzolini e per i Travaglio, non per i De Filippo ed i Sciascia!

P.S.

Una piccola nota di colore: scrivendo su Word la parola Bassolino, il correttore automatico la trasforma in “Sassolino”. Mentre Pasolini viene corretto con la parola “Pisolini”! Misteri o fortuite coincidenze della tecnologia di massa…

YanezDeGomera (ilredelmare)

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