Il paese dell’anti-qualcosa.

Roma, 9 novembre 2010.

Richiamare alla mente l’articolo di Leonardo Sciascia su “I professionisti dell’antimafia”, le polemiche di stampo intellettuale e filosofeggianti che ne sono conseguite, e le singolari richieste di scuse a Paolo Borsellino sulle quali ci si imbatte andando alla ricerca di quei fatti su internet, appare con chiarezza una sterile provocazione. Rispondere Sciascia a chi dice Saviano riporta la posizione del critico ad essere strumentalizzata come un argomentazione dialettica fine a se stessa. Fatta salva la nuova frontiera inesplorata dell’onestà intellettuale mostrata dal compianto autore siciliano, il suo piccolo saggio si poneva a ridosso di fatti tristi e gravi della storia italiana recente, e quindi non poteva in nessun modo evitare di lasciare scoperto un fianco che fu terreno fertile allo scoppio della polemica giornalistica. Risultato: 50 e 50, 0 a 0, la sagra della sagra del “tarallucci e vino”! Il coro di vibrante protesta dei grilli della canzone di De André, “La domenica delle salme”, contro la strage di Via D’Amelio.

In questo paese (ma forse sarebbe più esatto dire “in occidente”), il luogo comune inculca subdolamente nella mente delle masse che gli intellettuali sono di sinistra, i ricchi ed i potenti sono esseri superficiali che non si curano minimamente  dei poveracci che muoiono di fame e che la Fiat ritornerà a vincere il campionato di calcio al più presto, mentre Mediaset, essendo una squadra “da Coppa”, porterà uno per uno i suoi tifosi (cominciando dal primo, il presidente basso) sul tetto d’Europa. Così come Branko afferma con certezza che la luna in giove rende favorevoli gli investimenti e quindi anche la ripresa dalla crisi economica, è noto che l’Italia è il paese della Mafia. E la risposta: l’Italia è anche antimafia!

Si tratta ancora una volta di un assunto che divide a metà un paese ed un popolo. Tra ricchi e poveri, comandanti e comandati, destra e sinistra così come tra mafiosi e “professionisti dell’antimafia”. Ma come si può nel 2010 pensare che tutte queste posizioni rappresentano dei punti di arrivo? Ma che razza di ricco può pensare ancora di non doversi preoccupare del povero che sta per strada sotto casa sua? Quale comandante può essere tanto cieco da non rendersi conto che tralasciare gli interessi dei comandati è il primo passo verso l’ammutinamento? I francesi hanno tagliato la testa al re nel 1789 e l’hanno fatto con la ghigliottina che lui stesso aveva contributo a costruire. Quale politico può auspicare a tal punto il fallimento del suo mandato da rintanarsi ancora nella dialettica fra destra e sinistra? Il muro di Berlino è “cascato dalla finestra” da oltre vent’anni, Fidel Castro manda una scatola di sigari al mese in vaticano e Che Guevara è uno dei maggiori esempi dello stereotipo come lo concepiva Roland Barthes.

L’Italia è il paese dell’anti-qualcosa. E soprattutto è uno stato da troppo poco tempo. E dove lo stato, l’istituzione, non è presente, non è radicato, sorgono istituzioni e stati alternativi. La criminalità organizzata non è altro che questo. Una risposta che giunge dal basso alle domande alle quali lo stato non riesce a rispondere partendo dall’alto.

Così, mafioso è colui che paga il pizzo come colui che lo riceve. Certo, la violenza è molto più grave dell’accondiscendenza e la pena del mafioso deve essere il doppio di quella di un commerciante che subisce l’estorsione. Ma mafiosi sono entrambi, criminale e commerciante. Pensare che chi paga il pizzo non è colpevole di mafia è un insulto a chi è morto per non volerlo pagare. Sicuramente, non è mafioso chi non subisce l’estorsione. C’è però una bella differenza fra chi non la subisce per fortuna e chi non la subisce perché la rifiuta. Ed è a quest’ultima categoria che bisognerebbe applicare l’etichetta di lotta alla mafia! Chi si preoccupa di sottolinearla tante volte quanto basta a rendere il messaggio illeggibile, non è altro che un accolito dell’antimafia.

La mafia in Italia non è il problema ma la conseguenza di tutti i problemi. Ed essendo il paese dell’anti-qualcosa, la mafia diventa la ragione di essere degli accoliti dell’antimafia. Berlusconi diventa lo scopo di vita dei giornalisti che si occupano di politica e della classe politica alla quale egli stesso non appartiene. Roberto Saviano, ed il suo coraggioso ed importantissimo lavoro (“Gomorra”), affossato e trasformato in operazione commerciale, diventa la necessaria risposta alle scritte sull’asfalto egregiamente raccontate da Federico Moccia.

La mafia è qualcosa che sta molto più vicino a tutti noi di quanto lo crediamo. Si tratta di qualcosa di così potente che è difficile persino riconoscerla. Il tutto viene da un atteggiamento umano preciso: la solidarietà per interesse. Quando la solidarietà si collega a un interesse, invece di essere disinteressata, nasce la mafia. E questo si svolge a tutti i livelli, dal punto di vista economico e dal punto di vista culturale. La maggior parte delle volte chi innesca il meccanismo non è neanche lontanamente cosciente di ciò che sta facendo. Si tratta semplicemente della legge della giungla. Non c’è niente di più naturale. Ma soprattutto non c’è sintomo più certo del dilagare dell’ignoranza. Perché la solidarietà è solidarietà quando è fine a se stessa. Nel momento in cui incontra un interesse ne viene schiacciata.

La mafia si combatte costruendo lo stato, non c’è altro modo. Ed il tanto criticato articolo di Sciascia non voleva che esortare la politica alla costruzione dello stato invece che all’incoronazione degli eroi dell’antimafia. Combattere la mafia vuol dire cercare dentro se stessi tutti gli atti che in realtà si fanno per interesse camuffato da solidarietà e sostituirli con delle scuse ai destinatari per averli insultati. Provare a fare un favore senza aspettarsene un altro in cambio, nel mondo di oggi, è vista come una stupida ingenuità, mentre in un mondo senza mafia dovrebbe essere la normalità. Ecco perché il paese intero è mafioso. Lo è e non lo sa.  La vera lotta alla criminalità organizzata si riassume in una semplice parola, che quindi è il contrario sia della mafia che dell’antimafia: la carità.

YanezDeGomera (ilredelmare)

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So di non sapere.

Roma, 24 ottobre 2010

Essere coscienti della propria ignoranza è uno degli asserti fondamentali della filosofia di Platone. E si tratta di un assunto che difficilmente manca di formare menti intelligenti. Sapere di non sapere, rappresenta, in un certo senso, l’allenamento al giudizio su se stessi. Una sorta di “auto-oggettivazione” che spinge l’essere umano all’approfondimento della conoscenza. Giudicare se stessi come se si stesse guardando ad un altro, rendersi conto di non possedere altro valore che l’esperienza.

Insomma, a parte Costanzo ed i suoi ospiti, nessuno può dire di sapere tutto. E così, mentre Vittorio Alfieri si legava alla sedia per imporsi di studiare, il ragazzo del 2000 sogna  in qualche modo di legarsi ad una sedia del salotto più famoso d’Italia. Il salotto che é il più famoso d’Italia come il lungomare di Reggio Calabria é famoso per esserne il chilometro più bello.

L’immagine di Alfieri, mito del nostro tradizionale modello di istruzione scolastica, corrisponde ad un tentativo di innescare la motivazione allo studio nell’adolescente, che, oltre a seguire, in concreto, una via per prendere coscienza delle proprie potenzialità, prova ad aggiustare il tiro dei propri obbiettivi. Per una estrazione sociale o per l’altra, per un background culturale, particolare o alternativo, come per quelli più comuni.

Ma nelle ultime settimane, fra le discussioni agguerrite sui palinsesti Rai ed i compensi degli illustri ospiti dei programmi di controinformazione, fra i detriti delle tragiche vicende di cronaca di Avetrana e la radicalizzazione (oltre il senso del radicale) della vita politica, la reazione di un giovane non può che provocare un passaggio repentino dal “sapere di non sapere” al bisogno fisico di ignorare.

Marco, si sa, é ormai noto, se n’è andato e non ritorna più. Il treno delle sette e mezzo senza lui, inesorabilmente, è un cuore di metallo senza l’anima. Tre metri sopra il cielo ci sono arrivate solo le navicelle spaziali (e ancora… potrebbe sempre darsi che sia un complotto della CIA), ma di sicuro anche da quelle parti si erige una villa di Berlusconi e una dependance finiana. Con Bocchino che sfoggia il suo simpatico sorriso controcorrente, come unico, verace connotato della propria vocazione popolar-populistica.

La televisione é un medium vecchio. É così vecchio che finisce col trasferire i suoi rigurgiti di vecchiaia anche, ed ormai soprattutto, nel medium più moderno. Il web, infatti, é un contenitore privilegiato dei prodotti televisivi che, proprio sul web vengono esposti a quell’elemento che é al tempo stesso il più grosso cruccio ed il più grosso pericolo per un medium vecchio come quello televisivo: l’intervento del pubblico.

Nel nuovo medium il prodotto televisivo diventa un oggetto produttivo del web che si pone quindi come un’estensione del medium vecchio. Questo avviene in ogni parte del mondo. Ma il parametro culturale comune al quale si riferiscono i prodotti mediatici in Italia, televisivi ed extra-televisivi, nell’era della moltiplicazione esponenziale degli strumenti, è il qualunquismo. In tutti i campi ed in tutte le situazioni sociali. In tutti i modi, in tutti luoghi ed in tutti i laghi, anche il web diventa banale quanto la televisione.

I giornalisti di cronaca (quelli di opinione sono stati ibernati verso la fine degli anni ’70), in televisione, sui giornali, alla radio e su internet, sembrano tanti accoliti pronti a sottolineare con la penna rossa l’ultima atroce vicenda di cronaca. Tutti si impegnano a compiere di proposito errori di omissione. Ogni articolo, ogni servizio, è incomprensibile, preso singolarmente. Ma una volta ricostruita la storia grazie allo scandaglio di tutti gli speciali pomeridiani, dei programmi di prima e seconda serata, si finisce impelagati nel turbine dell’opinione pubblica che prescinde dal parere del soggetto singolo, che, effettivamente, in una minima parte, compone il pubblico.

“O ti magni sta minestra o te vutt’ ra’ fenesta!”

L’unica reazione adeguata degna al qualunquismo sembra configurarsi nella volontà di non sapere. L’unica possibilità rimasta al pubblico medio di allenarsi al bisogno non indotto. La sola libertà di espressione non basta più, occorre istituire la libertà di non sapere, in nome dell’abnegazione nello studio tanto cara ad Alfieri, e non per una mera questione di privacy. E quando anche fosse per il pudore di non vedere esposta indebitamente la propria vita privata, ognuno sogna in segreto di ricevere la posta di Maria De Filippi e denunciarla per molestie a sfondo mediatico.

Una sola ragione. La politica è morta. E nessuno l’ha comunicato ai politici. I giornalisti erano occupati a cercare informazioni. I giudici erano impegnati a guadagnare voce in capitolo per affermare e garantire la propria indipendenza. Il popolo era impegnato a seguire i giornalisti alla ricerca di informazioni, per catturare immagini amatoriali dell’accaduto. L’unico ad avere ben presente la situazione è l’italiano medio. Quello che il giorno delle elezioni, il giovedì sera (quando va in onda la messa di Annozero), all’ora dei vari telegiornali, si divide in due. Una metà è vicina all’analfabetismo e sicuramente contigua all’idiozia, si beve la retorica di Fede, e corre a votare Berlusconi. Mentre l’altra, più avveduta, con l’amaro in bocca, si piazza davanti ad uno schermo, e decide di coltivare l’ultima, residua, tragica alternativa al qualunquismo: l’astensionismo.

Ma la coltivazione dell’astensione non può che portare allo svuotamento degli assunti platonici. Essendo coscienti di non poter sapere perché gli altri sanno troppo, scegliere di non sapere nulla per ritrovarsi ad essere domani uno di quelli che non sapeva e quindi nulla poteva fare. L’onore vero va a quelli che, invece, pur non sapendo, e spesso non volendo sapere, nel dubbio, fanno. Fanno figli, lavorano, si dannano l’anima per non essere etichettati, fanno anche fatica a non andare a votare, in definitiva rispolverano Machiavelli a sostegno di Platone: semplicemente fanno pace! Con se stessi e con gli altri. Ecco questo forse è un pensiero interessante: invece di sventolare bandiere in nome della pace, impegnarsi a costruirla!

YanezDeGomera (ilredelmare)

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Un ragù profondamente sociologico.

‘O ‘rraù
eduardo-de-filippo-fotoritratto

Eduardo De Filippo

‘O rraù ca me piace a me
m’ ‘o ffaceva sulo mammà.
A che m’aggio spusato a te,
ne parlammo pè ne parlà.
io nun songo difficultuso;
ma luvàmmel’ ‘a miezo st’uso
Sì,va buono:cumme vuò tu.
Mò ce avéssem’ appiccecà?
Tu che dice?Chest’ ‘è rraù?
E io m’ ‘o mmagno pè m’ ‘o mangià…
M’ ‘ a faja dicere na parola?…
Chesta è carne c’ ‘ a pummarola
 
Eduardo De Filippo
 
Il Ragù Napoletano

Il Ragù Napoletano

La poesia di Eduardo non è solamente una segno dell’opulenza della cultura napoletana, ma soprattutto definisce i contorni di un determinante e articolato aspetto della vita quotidiana: lo stretto rapporto fra identificazione culturale e gastronomia. Il riferimento teorico appare lapalissiano. Dalla rivoluzione di Darwin l’umanità ha ereditato la rivelazione della potenzialità strumentale del contesto. Accelerando il passo sul continuum storico si giunge al ruolo determinante del contesto culturale sulla costruzione dell’identità sociale dell’individuo. Nel mezzo di questo percorso c’è una lettura dell’essere umano come risultato di una sommatoria di insiemi di eventi più o meno legati al mondo fisico e radicati in maniera uniforme nel mondo culturale. L’individuo è la somma delle cose che gli capitano; nella propria vita, nella somma degli anni che vive presi singolarmente, nella somma dei giorni che compongono quegli anni, nell’accumularsi delle ore, dei minuti e dei secondi che costituiscono l’esistenza. L’individuo è il contenuto del proprio tempo. Così come gli anni ’70 e la beat generation sono il contenuto delle scatole di pomodori Campbell. E la rappresentazione di Warhol non è altro che la diffusione per mezzo dei canali comunicativi ingigantiti dal mondo moderno di una forma culturale.

E così, non di meno, e semmai ancora di più, il ragù di cui parla De Filippo è una forma culturale con una storia molto più articolata e sovversiva dei pomodori Campbell.
L’uomo è ciò che mangia. E ciò che mangia è un elemento assolutamente rilevante della somma delle forme culturali riferite al proprio tempo. De Filippo, con l’ausilio della cultura napoletana, trasborda la forma dal vagone-“tempo” al vagone-“vita quotidiana”. Così da riportare il modo in cui la forma continua ad articolarsi sul continuum.
Per fortuna io ho avuto il grande privilegio di crescere a pane e ragù napoletano. Il ragù a Napoli è la domenica. Oltre al pranzo della domenica, è anche una forma che va dal contenuto gastronomico della domenica fino al contenuto fisico delle pance dei napoletani alla domenica. La scoperta di un sapore da parte di un bambino è un’esperienza così fondamentale che non è possibile riprodurla in maniera comprensibile. Ad ogni modo per me è stato indescrivibile.
La percezione del sapore è il primo zampillo di vino che va a riempire la giara. Si può già dire “Mi piace”. Ma sono determinanti tutti i successivi eventi che rappresentano ogni ulteriore millilitro. Sono eventi o sotto-eventi che articolano la forma culturale. La prima cosa che mi ha stimolato ulteriori interessi verso il ragù è un racconto di mio padre che veniva fuori ogni volta che a tavola c’era qualcuno che non mangiava lo spezzatino. Questo veniva servito dopo la pasta; e nella concezione di mia madre tale circostanza faceva sì che “le zite” al ragù e lo spezzatino costituissero un pasto completo. Alla luce degli anni posso confermare questa teoria, ma all’epoca, dato che la parola inappetenza era una specie di parolaccia per me, mi sembrava inconcepibile. Così quando qualcuno non prendeva lo spezzatino mio padre protestava. E protestava ancora di più quando, discorrendo sulla fenomenologia dello spezzatino, mia madre andava ad affermare che lo spezzatino bastava come secondo del pranzo della domenica. Mio padre sosteneva che questo non era altro che un accompagnamento al primo piatto e non poteva rappresentare il secondo del pranzo domenicale… altrimenti che gusto c’era nella domenica… e aggiungerei nel pomeriggio della domenica?
Il pomeriggio dedicato alla digestione era un piacere raro, quasi poetico, una sensazione quasi associabile alla scoperta del sapore del sugo cotto e stracotto durante tutta una mattinata a fuoco lento. La domenica mattina era in assoluto il “peppetiare” lento e compassato della conserva nella quale annegava lo spezzatino. Il pomeriggio era quasi un ripercorrere quel rumore per ore. Ore di inattività a godersi il dolce lavorare dello stomaco.

Lo Spezzatino

Lo spezzatino

Passato qualche anno, cominciai a chiedermi perché pasta e spezzatino non si servivano insieme. Così arrivai al gradino successivo della giara. Essendo un piatto della nobiltà napoletana, un piatto che si mangiava a corte, la carne che per diverse ore insaporiva il sugo fino allo stremo, veniva ritenuta come depauperata del proprio sapore. Ho riflettuto a lungo su questo assunto della corte dei borboni. Infatti l’unico modo di accertare tale fatto sarebbe quello di separare dopo ore di cottura la carne dal sugo. Sfido io! L’amalgama e il fatto che il ragù per riuscire a dovere deve attaccarsi fa si che tale operazione é impossibile… ma soprattutto imperdonabile. Infatti lo spezzatino racchiude proprio la zona di semicristallizzazione del sapore. L’interstizio in cui si sono scontrati e hanno fatto all’amore i sapori del pomodoro e della carne. Così alla corte dei regnanti sulle due Sicilie lo spezzatino veniva lasciato per la servitù. La forma culturale rileva la sua raffinata articolazione. L’individuo più potente, il re, rinunciava alla parte più buona del piatto della domenica. Viene quasi da chiedersi se sia corretta l’interpretazione di “lasciare alla servitù”. Sicuramente c’è da interrogarsi su quanto la servitù fosse infastidita da questa pietosa e bizzarra concessione. E le proteste di mio padre avevano un significato risultato dalla storia. Di colui che, grazie al tempo che passa poteva finalmente godere dei piaceri del re come di quelli della servitù.
Ma nello stesso momento subentrava un’ulteriore articolazione della forma. Mio padre concepiva il pranzo della domenica come una specie di evento sacro. E questo non poteva non comprendere due piatti indipendenti fra di loro; come due colonne che sorreggono il monumento. E quindi il problema grosso è che il ragù non esauriva la sua soddisfazione gastronomica. Era necessaria e imprescindibile una variazione di sapori che arricchisse la mattina, il pomeriggio e le tre ore di pranzo della domenica. E per quanto mia madre contrastasse queste esigenze “gastro-culturali”, lei stessa ne era fortemente coinvolta. Al livello culturale… ma soprattutto al livello di mondo fisico!
Insomma il ragù era per la mia famiglia un’istituzione. Un’istituzione che traeva la sua forza costituente e i propri meccanismi di mantenimento soprattutto dal fatto che era una tradizione che si andava perdendo. D’altronde parliamo di un piatto che necessita di sei o sette ore di cottura. Ma proprio questo lo rendeva e lo rende un colosso del nostro mondo culturale.
Inoltre potrei azzardare che il ragù è un oggetto del mondo fisico dotato della sua forma di comunicazione. Infatti verso l’adolescenza ho imparato a svegliarmi sollecitato dal profumo dolce di quando il sugo comincia ad attaccarsi alla pentola. Ed ho anche articolato le mie pratiche quotidiane mattutine in funzione di questo dolce stimolo. Il momento in cui il ragù si attacca è l’attimo ideale per la colazione. Perché in superficie il sugo è poco concentrato, mezzo crudo e molto leggero. Allora diventa un dovere assaggiarlo sul pane.
Altro importante livello ulteriore della giara è la discussione fissa sull’opportunità di mangiare ragù tutto l’anno. E lì mio padre dava il meglio di se. Le mie sorelle infatti sono sempre state convinte del fatto che, essendo un piatto pesante, non era adatto all’estate e al caldo. Per mio padre questi propositi erano molto peggio delle bestemmie. Infatti obbiettava di rimando che il ragù si fa con le conserve. Queste si preparano lasciando cuocere al sole di maggio, giugno o luglio i pomodori. Una volta ottenuto il concentrato si riempiono le bottiglie. Di conseguenza i primi ragù dell’infanzia di mio padre erano ragù primaverili ed estivi. Cresciuti nella mente dall’immagine dei pomodori abbandonati al sole, passati per la magnificenza di schiere di “butteglie”, fino al risveglio colorato dal profumo del soffritto che impazzisce al contatto con il nettare della conserva di pomodoro. Ora come si può tollerare che di fronte a tale monumento le tue figlie si preoccupino di questioni di linea.
Eppure dopo anni mi continuano a stupire la percezione e la sensazione di questo monumento culturale. Continuo ad oscillare fra la paura della perdita di tale tradizione e la consapevolezza della storia che digerisco ogni domenica pomeriggio. E De Filippo si appollaiava proprio sullo stesso continuum che mi affascina, azzardando addirittura la possibilità di lasciar perdere perché dice:

“io nun songo difficultuso;
ma luvàmmel’ ‘a miezo st’uso”

E lo dice con lo stesso tono con cui mio padre ancora oggi fa appunti e osservazioni al ragù di mia madre. Entrambi sanno benissimo che sono inerzie che fanno parte del monumento. Si tratta del loro modo di continuare ad articolare la forma culturale. Ed ecco che questa diventa storia e fa la storia. E di fronte a tutto questo, oggi io mi trovo davanti ragù e pomodori Campbell. L’unica risposta concepibile è quella di Johnny Depp in “Donnie Brasco”: “Che te lo dico a fare!”.

Mi viene in mente la metafora di Amélie Nothomb. In “Metafisica dei tubi” lei associa il bambino a un tubo. Un tubo nel quale si mettono delle cose e dal quale ne escono altre. E anche l’individuo adulto è un tubo. Un tubo al quale sono stati fatti altri fori dai quali penetrano nuove cose… Ecco una definizione di cultura (o di forma culturale): la forma dei nuovi fori del tubo.

YanezDeGomera

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La vita é un Travaglio!

Roma, 20 maggio 2010.

Cortile sede Via Salaria Sdc Roma

Alla facoltà di scienze della comunicazione questo pomeriggio si è svolto un incontro con i giornalisti Marco Travaglio e Antonio Padellaro. L’evento organizzato dalla cattedra di Sociologia dei processi culturali verteva sul tema di “Cultura e Legalità”. Le note introduttive sintetizzavano il senso di tale incontro in tre citazioni diversamente autorevoli sul tema di cultura e legalità. Prima di tutto un articolo del professor Rodotà, insigne costituzionalista. Il testo citato focalizzava il problema sull’espressione “parole perdute” riferita proprio ai concetti trattati (cultura e legalità). Successivamente viene chiamata in causa l’intervista di Eugenio Scalari al compianto Enrico Berlinguer, in cui si approfondisce la questione morale e la si definisce come più estesa di quella penale. L’introduzione finisce su Pasolini. Viene citato un articolo della nota rubrica “lettere corsare” in cui il poeta attraverso una critica al consumismo ed alla televisione allarga il discorso al concetto di cultura di massa.

La cosa che risulta scioccante del prosieguo dell’incontro è l’assenza assoluta di un contraddittorio. E senza pretenderne uno costruttivo, c’era da aspettarsene almeno l’apparenza per salvare la forma del dibattito. Inevitabilmente un tema del genere ed un evento organizzato in questo modo prevede l’esposizione di una lettura della realtà, e, trattandosi di giornalisti e soprattutto di quei giornalisti, l’esposizione di una propria visione del mondo. E quindi anche della politica e della storia, recenti e lontane. Ebbene il chierico Travaglio oggi pomeriggio ha spiegato all’aula magna della facoltà di via Salaria che Tangentopoli è il risultato di una classe politica che usava il potere per rubare.

Il chierico vagante fa un breve cenno al fatto che, forse, una piccola parte del partito comunista, si dice, non è sicuro, si mormora, fosse protagonista dello stesso malcostume. E comunque l’uomo scelto, casualmente, per rappresentare simbolicamente questa parte politica, è l’attuale presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Craxi viene descritto come un criminale da due soldi per di più anche un po’ instupidito dalla sua spudoratezza. Insomma per Travaglio rubavano tutti tranne chissà quale parte in causa. Si arriva fino a sbeffeggiare il noto intervento in cui Craxi invita i presenti in parlamento ad alzarsi e dichiarare che nei loro partiti non ci si rendesse protagonisti degli stessi errori.

Per concludere che l’unica parte da salvare in quella situazione fossero i “novelli Davide” che si resero protagonisti del lancio di monetine davanti all’hotel Rafael, dietro piazza Navona. Per quanto fosse noto che in parlamento nessuno osò reagire all’invito di Craxi e che i “novelli Davide” non erano altro che vecchi nemici del camerata Bettino assieme al quale amavano un tempo rimembrare i fasti della Repubblica di Salò, il nostro novello Torquemada ritiene che quando si è colpevoli di un reato prima ci si fa arrestare e poi si denuncia chi è colpevole degli stessi comportamenti.

Di fronte a tale impostazione del dibattito appare assolutamente inutile proseguire nell’intento di riportare il resoconto degli interventi dei due giornalisti. Appare molto triste rendere conto del commento accademico, del giudizio sul mondo raccontato da Marco Travaglio che è un mondo chiaro: dove i buoni sono buoni ed i ladri sono ladri. Quasi un’allucinazione collettiva sbiadita, con Aldo Fabrizi che rincorre Totò o viceversa, non si sa, ma in fondo non è neanche così rilevante.

Totò e Aldo Fabrizi in Guardie e ladri

Quello che è molto più inquietante è l’osservazione distaccata di quell’aula. Il tono generale del discorso è veramente rilevante, vista la lenta ed inesorabile ritirata dalla vita sociale universitaria dell’argomento politico. C’è però il piccolo problema che l’intento ultimo dell’intervento travagliesco sfugge all’ascolto attento. Non si capisce proprio chi sono questi santi che non rubano, non rubavano, e, verosimilmente, non ruberanno mai. O almeno io azzarderei un “non ruberanno mai (più)”.

Prevale infatti la convinzione, dopo attente riflessioni, che sia l’ignota adunata davanti all’hotel Rafael, sia gli analisti del mondo muniti di vetrini frutto della morale di Baldassarre Castiglione, come Travaglio, abbiano rubato e rubino in tempo reale qualcosa di molto importante alle nuove generazioni: la storia, quel supremo concetto che per Lenin era il fine ultimo dell’umanità. Un inquadramento storico che si sforza non solo di essere onesto e contrapposto al potere per autoleggittimazione, ma piuttosto obbiettivo e sufficientemente dettagliato nell’analisi delle piccole sfumature che hanno una certa rilevanza, necessita proprio la rimozione di quelle lenti a contatto che la gente come Travaglio e Padellaro ha ereditato per via genetico-culturale.

Sfumature di sufficiente risoluzione renderebbero a quei giovani studenti una minima possibilità (che spetta loro per diritto naturale) di guardare a quei gravi eventi finalmente a occhi nudi. Travaglio si è portato via con se (e l’ha rinchiusa a doppia mandata nella purissima redazione del Fatto Quotidiano), proprio quella libertà che risiedeva nella possibilità di utilizzare un occhio terso dai condizionamenti ideologici di cui diverse generazioni sono purtroppo, o a dire di molti per fortuna, state dispensate, con la violenza in alcuni casi, con il benestare dei soggetti stessi in altri. E si tratta di vetrini che distorcono irrimediabilmente i fatti in nome della legalità e non della morale.

In quella facoltà si insegna, con Parsons e Merton, che il ruolo del giornalista si colloca a metà fra la cultura e il paese reale, e si tratta proprio della funzione che garantisce l’evoluzione del sistema sociale in base alle distorsioni del sistema stesso. Per Travaglio invece il problema è che quello che è distorto in Italia è il ruolo di indirizzo della vita politica, di governo, che affossa i soggetti veramente possessori della giusta decisione legale e, di conseguenza, morale. Tale moralità si misura quindi, per Marco (detto anche “Beato subito”), sulla legalità e non sulla cultura e la storia (per dirla con Darwin, sul contesto). Ed in più, tanto per gradire, sul contenuto di tale decisione il chierico santo lascia calare un velo di mistero attraverso bassi escamotages degni della retorica più vuota di valori democratici, come i simpatici soprannomi ed aneddoti “grottesco-goliardico-ridicoli” dei quali orna le proprie frasi.

Una moderna versione del “panem et circenses” ecco cosa cerca la gente che si sente di applaudire quando il valente soldato “suo malgrado” Padellaro esclama, riferendosi a Berlusconi, “nostro presidente un corno”. Non c’è mai nessuno che si alzi e chieda: “ma chi sono quelli che non rubavano, e che non rubano?” Insomma se non ci sono due Italie in realtà, una buona ed una ladra, allora perché gli italiani non sanno chi andare a votare? Non sarà mica che l’unico sistema per avere dei candidati puliti e politicamente avveduti è quello di ricorrere al timbro della procura della repubblica? Non è forse questo che si auspicano il travaglio e la padella? No perché sarebbe un chiaro ed acuto intento di intaccare quel “gioiello” di costituzione di cui parla tanto “er padella”.

Il consenso non può essere senza dubbio l’unico strumento di verifica della rettitudine di una democrazia, ma ancora di meno lo può essere il concorso in magistratura. E ancora di meno le grandi capacità drammatiche di un cronista giudiziario che dice di non fare altro che il suo mestiere andando a fare comizi in tutti i luoghi ed in tutti i laghi per una parte sociale come il potere giudiziario che con delicatezza, e non con atteggiamenti da sbirro coatto di provincia, dovrebbe permettersi di sfiorare la sfera politica a tutti i suoi livelli.

Ciò che più fa tristezza è il pensare a quanto sia morta e defunta la politica universitaria. E quanto sia ancora più triste vedere il lento avanzare di eventi del genere verso la mistificazione dell’attività politica universitaria. Così si pervertisce l’essenza stessa di tale concetto. Per quanto ci si premura di dare la parola al pubblico per rispettare la forma del dibattito, a chi non sposa la visione del mondo di Travaglio vengono cancellate le motivazioni di rispondere al contraddittorio. Mettere in questione un’impostazione ideologica significherebbe rischiare un linciaggio stabilito su basi culturali. Ed ancora una volta significherebbe dividere correndo il rischio di non riunire neanche le persone minimamente in buona fede. Quegli studenti che, allo stato di natura, si trovano sballottolati dal travaglio alla padella, meritano una speranza ben più alta del fatto che agli interventi di Travaglio c’è sempre molta gente che ha voglia di fare politica.

Quegli studenti meritano soprattutto una classe politica che venga fuori dai partiti e non dalle redazioni dei giornali e dalle procure della Repubblica. Lo dice persino il nostro gioiello di costituzione!

Totò e Fabrizi sono due risposte diverse allo stesso problema, con la differenza che il ladro scappa mentre la guardia rincorre. Quello che invece accomuna entrambe le parti è la rinuncia alla libertà di cercare risposte più giuste ed alla serenità e la moderazione necessarie a tale sacro scopo.

Inizialmente, ad uno spettatore attento ed imparziale dello show di travaglio e padella, verrebbe di alzarsi e chiedere: “Mi scusi signor Travaglio ma perché lei non si presenta alle elezioni visto che non ha mai rubato, non ruba e non ruberà mai?”. Ma anche mettendo da parte qualsiasi timore per il linciaggio culturale ed ideologico, a qualsiasi uomo intelligente soggiungerebbe subito una risposta più che soddisfacente: Travaglio non si candida per non rubare!

Padellaro e Marco Travaglio

YanezDeGomera (ilredelmare)

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Lettera a Micheal Jackson

Sulla tragica morte di Micheal Jacson.

Micheal Jackson da Bambino

Caro Michele,

Ti scrivo chiamandoti Michele. Perché vedo chiara la tua immagine nei miei pensieri di bambino degli anni ’80. E a tale proposito mi viene in mente di qualcuno che diceva “non si esce vivi dagli anni ‘80”. Ecco io oggi potrei rispondergli: “i bambini si!”. E quell’immagine è molto dolce.  La scoperta della musica nel bambino degli anni ’80 è una questione complessa. Nel mio caso c’è una mescolanza di concezione classica, quasi pedante, e di accezione moderna e commerciale. La seconda ovviamente prevale come la lepre sulla tartaruga nella favola di La Fontaine.

La musica commerciale era il paradiso dell’energia e della sfrontatezza indiscriminata. Ritmi frenetici e volumi alti che contrastavano con l’appiattimento della vita quotidiana imposta dall’avvento della post-modernità. La tua musica nello specifico giovava del fatto di essere assolutamente e del tutto tua. Avevi oltrepassato il Rock con l’energia. Avevi forato quel muro dandogli un’altra dimensione. Non solo inconfondibile nello stile ma familiare e innovativo nel contenuto. Niente di particolarmente elaborato e poetico ma semplicemente energia. E nei bambini come me l’energia era andare al parco a correre dietro a un pallone o verso una giostra spinto dall’entusiasmo di spazi liberi. E la libertà di quegli spazi era assaporabile nei rimandi alla durezza della chitarra elettrica, della compassione continua della batteria tutta fondata sul battere e della pulizia perforante della tua stridula voce. Ascoltare “Thriller” era capire cos’era un film thriller e riconoscerne il senso la prima volta che ne vedevi uno. E queste sono immagini che formano la tua sensibilità.. Non so a che livello della scala  di percezioni, ma sicuramente hanno stabilito un punto di riferimento fondante.

Ma soprattutto rimango basito a pensare alla scala del tuo successo. Si è messo a passeggiare per il pianeta terra passando dalla mia rappresentazione fino ad arrivare a quelle di un giapponese. Si è distribuito in verticale per tutte le fasce di età concentrandosi sui giovani. Così ha costruito una sovrastruttura comune nello spazio e nelle classi di individui. Ha ritagliato su tutto il pianeta terra un gruppo sociale che si chiama “Giovani” che per di più si è evoluto attraverso altri personaggi e generi. Tuttora però tu sei il mio concetto di “Giovane” (quello che si pronuncia conla Oaperta da calabrese fuori sede).

Questo per me era Michael Jackson e credevo fosse giusto fartelo sapere. Anche perché devo ammettere che i tuoi cd non hanno mai abbandonato la mia mensola ma da qualche anno a questa parte subiscono la polvere che li rende storia. Inevitabilmente sono Gioventù… diciamo Gioventù storica…

E tutto questo, Michele, è un grosso merito e un immutabile processo di glocalizzazione. Tu sei la prima vera definizione di Pop-Star. Un personaggio stereotipo che appare come spregiudicato e inarrivabile e che a un certo punto scende dal trono con umiltà e sobrietà quasi a voler proteggere la propria icona. Ecco quello che mi è venuto in mente oggi. Che già da quando ti volevi mostrare Pop-Star, io ti vedevo umano nella tua umiltà e sobrietà. Ti hanno accusato di pedofilia e di impunità guadagnata grazie ad un potere acquisito per essere l’icona della Pop-Star. Sei diventato il romanticismo estremizzato nella società post-moderna. Poco più avanti di Elvis Prestley e poco più indietro di Kurt Cobain.

Micheal Jackson

Qualcosa di strano nella tua testa deve essere successo. Ma io non posso imputartelo. Posso solo raccomandare agli altri bambini degli anni ’80 come me di trarre le giuste conclusioni dalla storia. Il potere mediatico è qualcosa di incontrollato ed incontrollabile. Ma allo stesso modo è soggetto alla natura del concetto di potere. Bisogna sapere cosa farci col potere, e bisogna saperlo molto bene, perché il rischio è perderne il controllo.

Ma Michele mio tu hai perso il controllo avendo scritto un pezzo di storia e questo nessuno può togliertelo, nel bene e nel male. L’importanza di quello che hai scritto si vedrà fra una cinquantina d’anni… quando la storia sarà storia sui banchi di scuola di mio figlio. E sono certo che ti capiterà di venirmi a salutare con il passo di chi è certo di camminare sulla luna. Ci vediamo lì Miché… Essendo cosciente di non poter camminare sulla luna era il caso di strisciare sulla terra per fare finta di essere sospesi nello spazio e provare a percepire il minimo livello di quella sensazione.

YanezDeGomera

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Capitan Futuro

Daniele De Rossi

Daniele De Rossi

Capitan futuro ha negli occhi  il veleno della bava del bis cobra,
Si dimena, con i movimenti agili e leggiadri di un antilope.
 
Mastica polvere e terreno, come se fosse la sua prima colazione,
Preme e spinge di capoccia dal “parterre” fino al loggione.
Perché non si tratta di pallone,
Ma di quello che ci sta
Fra la gioia e l’amarezza.
Lui sta proprio tutto là.
 
Capitan futuro a volte esplode peggio di una tempesta,
Accende il trattore e comincia a galoppare.
Nun se capisce che succede, che gli passa per la testa,
Fa così colla capoccia, e s’enfila de traverso,
Fa partì na palla de cannone
Che va dentro per destino,
E io de solito me sento un brivido,
Dar cervello all’intestino.
 
Capitan Futuro, soprattutto, te fa piagne dentro er core
Come un ragazzino, solamente perché sei de Roma
 
Si qualcuno se risente nun abbassa mai lo sguardo,
Fa tanto er serio, diffidente, ma glie dice tutto all’arbitro.
E poi se gonfia quella vena,
Pugno teso ar cielo, s’enfila la corona,
Fa uno strillo ch’è un poema
E capisci che ‘sto ragazzo è il nuovo Re di Roma.

Yanez De Gomera

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Santoro… Sant’uomo

Su Annozero del 09/04/2009, puntata dedicata al terremoto in abbruzzo, andata in onda il giorno precedente i funerali delle vittime.

  • Fatto: Evento riconducibile al mondo fisico che può essere ritenuto probatorio di un concetto o della veridicità di un atto sociale o ancora della rilevanza di un’opinione. Si può parlare di fatti nel senso di argomenti a sostegno di una certa configurazione della realtà.
  • Intellettuale: La definizione rimanda alla famosa e storica presa di posizione di Emile Zola sull’affare Dreyfus nella Francia di fine ‘800 con il suo “J’accuse”. L’intellettuale é colui che critica il sistema.
  • Distorsione: Nella teoria struttural-funzionalista di Talcott Parsons rappresenta l’elemento del sistema che è in posizione di opposizione dialettica, che racchiude quindi le conseguenze di tutto quello che all’interno del sistema non funziona. Tale elemento si trova idealmente al di fuori del sistema e ne determina l’evoluzione, rimettendone in discussione tutti gli altri.
  • Giornalista: Provando ad azzardare una definizione, si può dire che sia colui che svolge la funzione di produzione materiale del contenuto del messaggio veicolato dal mezzo di comunicazione. Ovvero un professionista che osserva la realtà, la riporta in forma sintetica ed esauriente così da farne risultare il proprio commento interpretativo del fatto sociale.
  • Democrazia: Sistema politico che si identifica al livello pratico nel potere di pochi su molti, eletti dalla maggioranza, il cui funzionamento è basato essenzialmente sul principio di rappresentanza.
  • Vignettista: Disegnatore professionista di fumetti che viene assegnato ad un ruolo giornalistico di solito tramite la pubblicazione di una singola vignetta al giorno sulla prima pagina di un giornale. La vignetta è un riquadro contenente un disegno, una breve didascalia ed eventualmente delle nuvolette riportanti le parole dei personaggi che vi sono contenuti.
  • Sant’uomo: Colui che in vita si è distinto per l’esercizio delle virtù cristiane, e cioè, sull’esempio di Gesù Cristo, animato dall’amore, vive e muore in grazia di Dio. Solitamente il processo di canonizzazione si svolge dopo la morte del corpo.
  • Santoro: Sant’Oro, Materiale aureo, tanto puro nella sua composizione, quanto inestimabile nel suo valore. Così puro e valido che in un capriccioso neologismo gli si associano, in senso quasi metaforico, le qualità riconducibili a un martire.

Resurrezione: la strumentalizzazione della tragedia

Nel 2009 un terremoto ha atrocemente colpito l’Abruzzo, radendo al suolo città e piccoli centri e costringendo decine di migliaia di persone al dolore dell’impotenza di fronte ad un evento naturale di tale portata ed a una vita di stenti e sofferenze per la perdita dei cari e dei propri beni. La trasmissione Anno Zero, che da tempo si eregge a simbolo della controinformazione televisiva, in seguito alla tragedia, ha scelto liberamente di porre l’accento sulla scarsa osservanza delle norme di sicurezza antisismiche. Come a dire che nel 2009 il “Sant’Oro” ha scoperto che in Italia si verificano gravi casi di abuso edilizio legati a giochi di potere identificabili nell’esercizio della corruzione e di bassi mezzucci paraeconomici volti alla speculazione e al sacrificio di importanti criteri di sicurezza edilizia. Nell’anno 2009?

Quando il saggio indica la luna lo stolto guarda il dito

Il saggio… non il sant’uomo.

Parliamo di una trasmissione di commento giornalistico in tema di politica e società, che da sempre si distingue per il suo carattere sensazionalistico volto alla citazione diretta e alla rappresentazione fedele e speculare della realtà. Anno Zero si sente puntualmente in dovere di riportare attraverso servizi e collegamenti in diretta il fatto sociale di maggiore rilevanza e di dare voce alla maggioranza silenziosa di questo paese. E le prove di tali fatti sono sempre presentate come inattaccabili in assoluto. Come se le parti chiamate in causa avessero la possibilità di replicare. La questione dell’attendibilità viene sempre risolta dalla testimonianza diretta della pseudo-maggioranza e dalla presenza in studio di entrambi gli schieramenti politici. Di solito in studio ci sono due politici (uno di destra e uno di sinistra), uno o più ospiti protagonisti di vicende di particolare rilevanza per il tema della settimana ed infine il signor “la vita è un Travaglio” (santo chierico).

Alla fine di ogni puntata c’è le spazio del vignettista Vauro

(Peraltro membro del comitato centrale del Partito dei Comunisti Italiani).

Questa sorta di rubrica conclusiva, insieme all’introduzione  del santo chierico, vengono presentate come se fossero la prima pagina di un quotidiano. Come se la trasmissione Anno Zero fosse una testata giornalistica, mentre ovviamente stiamo parlando di un programma in prima serata della televisione di stato. Questa prima pagina virtuale ed extratestuale ha sempre una connotazione volta a dimostrare che Vauro ed il santo chierico rappresentano le uniche libere voci fuori dal coro vittime del conflitto d’interessi ed esenti da qualsivoglia influenza politica.

Ma in più l’intera “mezza testata” giornalistica si picca di elevarsi a voce della maggioranza silenziosa oggetto degli effetti ipodermici della comunicazione. Come se più di 30 milioni di persone fossero animali sociali privi di senso critico che come tubi metafisici recepiscono le massime “EmilioFediane” trasferendole con fedeltà ed abnegazione direttamente nella cabina elettorale.

Santoro, scheda n°1 del Pdl

Ecco, questo è il potere di Berlusconi. La sua intrinseca capacità di catalizzare tutta la comunicazione politica sul tema del conflitto d’interessi. Ecco come quella che dovrebbe essere la controinformazione in Italia regala voti e consensi alla coalizione politica che dovrebbe contestare e deturpare della propria credibilità. Quand’anche la coalizione stessa non ne avesse bisogno, dati gli atteggiamenti da “macchietta” sulle navi da crociera del nostro Premier.

Ciò che dovrebbe rappresentare la distorsione del sistema, l’elemento di accelerazione dinamica dell’evoluzione, in realtà non raggiunge altro obbiettivo che quello di diventare la funzione di mantenimento del sistema latente. Il problema serio di questo paese è che da decine di anni si nasconde all’italiano medio la vera natura della “Casta” tanto cara alla “Stella Cometa”.

Occorre un ricambio rivoluzionario della classe politica “in toto”: la puntuale condanna di natura trasversale fra potere giuridico e  potere pseudo-politico non ha altro effetto che quello di rafforzamento della “Casta”. Berlusconi che bada ai suoi interessi come fossero quelli del paese ed agli interessi del paese come fossero i suoi. E i rigurgiti della sinistra italiana prigionieri della concezione Dorotea del potere per il potere, sulla logica del “tengo famiglia” e del “devo svoltare la soglia per percepire il finanziamento statale ai partiti”. La “Casta” è interessata solamente alla poltrona. E l’illusione che la responsabilità della morte della politica italiana sia da imputare al conflitto d’interessi Berlusconiano, garantisce, a chi riesce a trarre dal “Sant’Oro” la giusta percentuale di consensi, di ottenere una fetta di basso purgatorio.

Vauro è stato cacciato perché la vignetta è di basso livello ed offende il senso morale dei contribuenti che sulle stesse reti il giorno dopo avrebbero assistito ai funerali delle vittime del terremoto. Ed inoltre, così come Anno Zero divide il paese fra buoni e cattivi con una linea molto netta, il “pianobarista” della politica italiana contemporanea sa di unirlo all’insegna della condanna implicita di una scelta editoriale che trasuda del coraggio di cartapesta del “Sant’Oro”. Se si fosse posta semplicemente in enfasi la solidarietà verso i terremotati Anno Zero non avrebbe fatto gli stessi ascolti. Il “Sant’Oro” era obbligato dalla sua stessa linea editoriale a tale scelta, dato che da giorni la televisione non faceva altro che mostrare le conseguenze della tragedia sotto le spoglie di un fatto sociale di sicuro appeal: lo stereotipo della solidarietà.

Roland Barthes

Roland Barthes

Roland Barthes negli anni ’50 contestava la presentazione sui giornali e le riviste dell’epoca delle conseguenze dell’inondazione di Parigi, rappresentando la solidarietà invece della tragedia così da conferirle i caratteri tipici della festa, così da spacciare la natura per cultura. Il “Sant’Oro”, attuando la stessa operazione di mitologizzazione della tragedia, ha deciso di rimpiazzare i caratteri della festa (ormai vetusti e troppo apertamente fuori luogo) con quelli del triste teatrino che è la politica italiana.

Ma quello che appare più avvilente è la buona fede. O meglio la povertà intellettuale travestita da professione giornalistica, a sua volta travestita da coraggio di cantare fuori dal coro, ulteriormente mascherato da buona fede. E qui c’è tutta la contraddizione con la definizione dell’intellettuale di Zola. Questi accusava, citando nomi e cognomi, veicolando un messaggio sociale e politico, in un contesto storico caratterizzato dall’avvento delle ideologie e dei totalitarismi, facendo da controparte ai mandanti di un colpo di stato militare. Ma soprattutto il commento di Zola, (e qui il commento giornalistico assume una funzione determinante per la realtà politica e sociale), era volto all’evoluzione del sistema, pubblicato su quella che era una testata giornalistica privata, prodotto da uno dei padri della letteratura europea. Al confronto il messaggio veicolato dal “Sant’Oro” non è altro che una macchietta abbassata al livello del nostro Premier. L’autorevolezza del messaggio di “J’accuse” veniva dal riconoscimento della buona fede di quella metà del paese che non conosceva i fatti perché nascosti da poteri volti a minare i principi democratici. Zola si trovava di fronte al problema di promuovere gli ideali di democrazia e di repubblica. Anno Zero invece mina questi stessi principi alla radice, racconta al proprio pubblico che da una parte ci sono i buoni e da una parte i cattivi. Perché è più semplice, è più immediato. Si tratta della forza di uno slogan di fronte a quella di un discorso. Ma soprattutto non ci si rende conto che il nostro contesto storico è caratterizzato dalla presa di coscienza dei limiti insiti nel sistema democratico. La storia di questo mondo non ha solo bisogno di ricordare la definizione di Zola, ma grida agonizzante che serve una nuova definizione di intellettuali; specie in un paese come il nostro dove essere un intellettuale vuol dire essere di sinistra.

Sicuramente non serve al nostro paese l’imperversare di divisioni nette fra buoni e cattivi. Sicuramente non serve ai terremotati, che nulla ottengono dalla denuncia degli abusi edilizi il giorno prima dei funerali dei loro concittadini. Sicuramente non sta a una “mezza-testata” vigilare sul rispetto delle regole. Ecco la realtà. Questo è un paese in cui ognuno vuole prendere il posto dell’altro. Il giornalista vuole fare il magistrato, il magistrato vuole fare politica, il cantante di piano bar vuole fare l’imperatore e i politici vogliono fare l’opposizione a oltranza. Ognuno di questi è interessato unicamente al mantenimento del potere e questo è da annoverare fra i più bassi principi associati al liberismo in crisi esponenziale.

Infine appare doveroso porre un elogio alla santità dell’oro che finalmente ha fatto in modo di risparmiare agli italiani la bassezza intellettuale del vignettista Vauro. Infatti la responsabilità di una testata, anche se si tratta di “mezza-testata”, è del direttore. Con la raccomandazione di continuare a coltivare l’ideologia borghese, promuovendo la confusione della natura con la cultura, semmai questo dovesse servire a dare il ben servito anche al signor “la vita è un Travaglio”. E naturalmente facendo salvi coloro che, invece di confonderla con la natura, affermano la loro cultura, impegnandosi in progetti di solidarietà, che purtroppo sono ancora molto in basso rispetto alla canonizzazione del “Sant’Oro”. Coloro che non godono di un posto in prima serata sulla Rai, ma che forse sono un ultimo barlume di speranza fuggente l’ipocrisia del mito. Nelle loro coscienze alberga la santità di questo mondo. E nelle coscienze dei giornalisti che citano picchi d’ascolto dopo scene di tragedia non alberga altro che il torpore della penombra. La penombra del sistema sociale post-moderno.

YanezDeGomera

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Reportage su Piazza Vittorio

Roma, 9 Dicembre 2008

Reportage su Piazza Vittorio assegnatomi dal Prof. Gustincich nell’ambito del laboratorio di scrittura e cultura della comunicazione.

Piazza Vittorio Emanuele a Roma

Il quartiere di Piazza Vittorio Emanuele si trova a ridosso della stazione Termini, dalla parte opposta a San Lorenzo. La sua storia recente si articola prendendo come riferimento la metà degli anni ’90 che fa da spartiacque fra l’identità popolare e il “Melting pot” all’italiana. La piazza è incastonata al vertice del tridente formato dalle tre principali arterie di Roma sud: Prenestina, Casilina e Tiburtina. Ed è ugualmente incastrata fra San Lorenzo, cuore del popolo romano, ex quartiere di ferrovieri ritinteggiato in stile un po’ Bohèmien, la stazione centrale, porto anticamente contadino ormai riconsacrato a polo turistico e San Giovanni, quella che storicamente e strutturalmente è la porta a sud dell’antico centro del mondo.Intorno al 1995 la piazza e il quartiere circostante sono cambiati sull’onda del travolgente nuovo millennio. Lavori di ristrutturazione della piazza e insediamento di comunità straniere di innumerevoli etnie.

Fisionomia ermeneutica della piazza

Passeggiando per “piazza Vittorio” si respira ancora, leggera, l’identità del luogo. Quartiere popolare che fungeva da punto di incontro tra ceto medio, popolo e contadini. La piazza si divide in due parti il centro ed il contorno. Il centro è un giardino delimitato nel suo intero perimetro da un cancello. Il contorno è composto da portici organizzati in quattro navate, ognuna divisa nel mezzo da logge con soffitti circolari. Alcune di queste logge sono finemente decorate ma scarsamente illuminate e tristemente abbandonate al tempo ed ai fumi del traffico.

Primo Frame

Tra i portici e il giardino vi sono due interstizi: la strada ed il marciapiede. La strada si divide in una zona per le auto ed un’altra trafitta dalle rotaie del tram. Le due zone, in corrispondenza dei portici, sono divise da una specie di banchina, in alcuni tratti un marciapiede alquanto misero, in altri una catena di cordoli di gomma dura, gialli all’origine, poi ingrigiti dalle quotidiane ore di punta. Il marciapiede adiacente al giardino forma uno spiazzo che si sviluppa tutto intorno al centro come ad isolare questa specie di oasi. Un parchetto con tanto di collinette, vialetti, panchine e parco giochi per i bambini, dominato dall’immensità di diverse coppie di palme che più di tutti potrebbero raccontare la storia e i luoghi di Piazza Vittorio. Un posto inesorabilmente vuoto. Vuoto di passaggio.

Secondo frame

Passeggiando sotto il portico si percepisce continuamente la presenza di questo centro della piazza. Infatti il solo limite contrassegnato dal cancello lo impone come presenza continua e vigile. Il degrado e la mancanza di cura delle arcate, fermandosi a cercare di sbirciare attraverso il tempo e la sporcizia, danno la sensazione di essere stati abbandonati dal mondo. Mentre invece il mondo è qui a Piazza Vittorio. I negozi, praticamente tutti gestiti da Cinesi, sono per la maggior parte boutique d’abbigliamento o al massimo di oggettistica a basso costo. I commessi sembrano tutti molto entusiasti ed intenti a far passare un’immagine di pura consuetudine e quotidianità. Ma negli stessi passaggi affollati sotto il portico è impossibile non notare la varietà delle etnie nei diversi lineamenti, tratti somatici, taglio degli occhi, colori e soprattutto nelle lingue. Ed a questo punto emerge chiaro il punto di svolta per capire questo strano luogo: la vita della piazza si svolge nel contorno. Respira a pieni polmoni sotto i portici che poco hanno da invidiare ai “passages” di Walter Benjamin. Piazza Vittorio è strutturata come se volesse simboleggiare il centro associato al bene ed il contorno associato a tanti piccoli “pandemonium” dove risiede il male. E per marcare questa distinzione fra centro e periferia sono sorte diverse barriere; prima il cancello, poi il fatto stesso che sia circondato da un largo marciapiede, poi ancora la banchina del tram e poi infine, in fondo a tutto, la folla ammassata in questi piccoli centri del male: i “passages de noantri”.

I Portici di Piazza Vittorio, i "passages" de noantri.

Psicologia della piazza

Le attività gestite dagli italiani si contano sulle dita, ed in questo senso, è ben noto a tutti, frequentatori, residenti e passanti, che a Piazza Vittorio c’è quasi sempre una macchina della polizia, carabinieri o vigili. C’è quest’aria, che probabilmente non è altro che impronta culturale, da quartiere pericoloso… incasinato.

“Na città de rioni!”

Sotto uno dei portici, oltre ad un’oreficeria di proprietà di un italiano c’è una pizzeria in cui lavora una coppia sui cinquanta. Dopo le sette, con la chiusura del commercio orientale, sono gli unici aperti. Con loro ovvia ed evidente soddisfazione. La piazza, a loro dire, era molto meglio prima degli anni ‘90, epoca in cui il “compagno Rutelli” cominciava a svendere gli esercizi commerciali e gli appalti. Perché pare che il problema sia che questo è un rione, non un quartiere come dicono i “compagni”. Ma comunque gli stranieri non hanno grosse responsabilità, o almeno non quanto quelle degl’italiani. Intorno al ’95 sono arrivati i Cinesi. Dopo il 2000 viene chiuso il mercato che si teneva in maniera più o meno abusiva sul marciapiede circondante il giardino. Erano tempi in cui questa gente doveva avere tutta un’altra visione del posto che identificava come casa. Infatti il mercato era la prima fonte di sviluppo del commercio, una specie di pubblicità gratuita di due prodotti diversi. Il mercato è stato chiuso per questioni di igiene. Infatti, trattandosi di un mercato in un interstizio, per mancanza di strutture, rappresentava una sorta di terra di nessuno tra i pandemonium ed il centro, dove si potevano osservare varie manifestazioni di degrado. Dalla prostituzione e lo spaccio al proliferare di simpatici roditori. Ma nonostante tutto questo il mercato era bello ed in fondo non c’erano grossi problemi di criminalità. E il mercato di Campo de’ Fiori è igienico? Negli anni ’70 e ’80 anche Campo de’ Fiori aveva quell’aria da quartiere pericoloso… e molto più che incasinato.

Il vecchio mercato

Sul lato opposto della piazza pare che ancora ci siano delle bancarelle la mattina, come una volta ce n’erano sul marciapiede intorno al giardino. Ma nel 2008 si vendono collanine, braccialetti ed accendini strani non più i frutti della terra dei contadini dei castelli, anche perché ormai i contadini sono una manciata in confronto agli extracomunitari in cerca di un’occupazione da venditore ambulante.

I signori anziani, intenti ad osservare il tempo che passa e il quartiere che cambia davanti ai loro occhi, sono lì pronti a raccontare vita, morte e miracoli di tutte quelle zone limitrofe poste a difesa del centro della piazza. E questi si lamentano del giardino che non viene curato, potato e coccolato. Come se loro stessi fossero una protezione per il centro della piazza che ormai è la loro zona da difendere. Ormai il centro, il bene, sono loro! Infatti, visto che il ceto medio ha abbandonato queste lande desolate, il quartiere è degli ex contadini, o almeno sono loro che hanno ereditato l’identità del luogo ed il ruolo di difensori del centro buono della piazza. E questo ruolo sociale lo svolgono, da moderni calvinisti, presidiando il centro cattivo: il contorno… gli inferni a se stanti dei “passages” sotto i portici. In queste quotidiane assemblee di quartiere si condannano gli stranieri che non hanno rispetto neanche dei loro pandemonium, espletando alla luce del sole le loro funzioni fisiologiche di base; e poi ce la si prende con la mancanza di controllo e considerazione da parte delle forze dell’ordine. Le palme, eterne testimoni del deturparsi del centro e del contorno, sono abbandonate e traboccano di enormi foglie secche che minacciano la caduta improvvisa manco fossero le gru della Puglia. E tutto questo, perché il bene continui a persistere, deve avere una spiegazione, una conclusione che salvi il valore del centro buono : “Panza piena non pensa a chi lavora”. Prima ti potevi ritrovare i topi nel formaggio… ma almeno la piazza era viva e soprattutto vivace. Ed inoltre la merce delle bancarelle era roba di campagna, andava a ruba la mattina. Ormai, piuttosto che rivolgersi al nuovo mercato Esquilino, novella apoteosi del pandemonium ancora più allontanato dal centro, si preferisce il supermercato: la farfalla sbocciata dalla calla sicura dei vecchi “passages”. Superstizione? Razzismo?… forse solo impronta culturale. O piuttosto una classica posizione da riunione di condominio. E il degrado vero, lo spaccio e la prostituzione, persistono anche al geniale intervento del bel “compagno”. Rapine, vespasiani a cielo aperto, e persino una nuova forma, romano-orientale, del vecchio trucco del mattone napoletano nella scatola del videoregistratore, applicato al telefono cellulare.

Piazza Vittorio Emanuele a Roma

Meltinpot de noantri

E gli stranieri non rispondono, soprattutto i commercianti cinesi. Quando rispondono, sono principalmente volti a riflettere sull’instabilità persistente della loro condizione futura. Ma non avvertono razzismo. Alcuni ormai si ritrovano scritti in faccia gli anni che hanno passato su queste passeggiate infernali, raggiunte con fatica come se si trattasse della loro terra promessa.

Pandemoium, borghesia e ceto medio!

Sul lato perpendicolare si trovano i colossi del commercio Esquilino. MAS, il prodotto del passeggiare, emerso direttamente dal popolo per il popolo stesso, pubblicizzato in televisione da Pierino il caratterista, splendido e lampante esempio del giovane e dell’attempato popolano di Piazza Vittorio. Il centro commerciale de noantri, quasi primo pandemonium, sopravvissuto e rinvigorito, come se fosse dotato di immortalità, dal geniale riassetto del “compagno”. E poi ci sono i magazzini Grilli che stanno lì da quando le foto erano sbiadite ed in bianco e nero. Ultima rappresentanza di ceto medio, che anche se sconfitto, resiste ancora da primo pandemonium esorcizzato. Anche loro rimpiangono l’estensione contadino-popolare del centro buono e, come se presentassero il passaporto, riconoscono la difficile situazione antigienica e pericolosa dell’assetto precedente, ma con un certo rimpianto triste e rassegnato.

Piazza Vittorio a Roma

Insomma il dubbio di questa passeggiata si delinea chiaro: Piazza Vittorio è un’immagine della Roma del futuro o l’immagine presente del degrado della Roma del passato? Sicuramente la metà degli anni Novanta ne ha fatto il biglietto da visita della terra promessa, ma non si può non notare che ormai si parla di una carta intestata con riferimenti e decorazioni sbiadite dall’esauriente intervento dei “compagni”. Le metafore sono ormai fuori luogo perché la piazza stessa è una similitudine universale con il mondo antico e moderno. Piazza Vittorio è il mondo. Vi si può leggerne la storia a linee confuse fra di loro dal senso di abbandono. Come a dire, parafrasando la canzonetta di un autore straniero a Piazza Vittorio quanto i suoi attuali frequentanti: “La libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione”.

YanezDeGomera

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La rivoluzione del Capezzolo-Ciambella

                     Massimo Canevacci                                   Massimo Canevacci - Una Stupita Fatticità

Egregio professor Massimo Canevacci,

Le scrivo con sincerità e cortesia, dai meandri dei miei “selves”, direttamente al suo essere Camelote, la pianta in viaggio con le proprie “roots” sulle “routes” universalmente eteronome di questo ventunesimo secolo. Sono uno studente di scienze della Comunicazione ed ho di recente sostenuto il suo esame di Antropologia Culturale nell’ambito del corso sui feticismi visuali.

Questa mia lettera nasce da un’idea che mi è venuta leggendo il suo libro “Una Stupita Fatticità” e in particolare la parte che riguarda l’analisi delle pubblicità. In pratica ho trovato che nel suo percorrere i messaggi pubblicitari dal punto di vista del feticismo ci sia una mancanza. Infatti riflettendo ai concetti di bodyscape e location mi sono accorto che lei ha tralasciato un oggetto che è quasi un simbolo della post-modernità: l’ipod.

                                   Ipod Nano 1Ipod AppleIpod Nano 2

Prima di tutto mi sembra centrale inquadrarlo in un discorso di brand. Infatti, a mio avviso, la Apple è tecnologia per sottosviluppati. E mi rendo conto della scomodità della mia affermazione, ma vado ad illustrare le ragioni della mia provocazione. Se si acquista un ipod ci si trova immersi in un universo di simbolismi assolutamente minimalisti. Infatti la scatola è estremamente  piccola, poco più grande dell’oggetto in se stesso; non contiene in dotazione un carica batterie, ma un cavo usb che permette di collegare l’ipod al pc. Chiunque è in grado di capire come si connette una presa usb: è studiata quasi appositamente per la facilità dell’intuizione; l’unica difficoltà può essere la scelta di quale dei due sensi del connettore utilizzare. La presa usb della Apple risolve questo dubbio. Infatti se viene inserita nel verso giusto si vede sulla presa il simbolo della connessione usb, mentre se si sbaglia il verso c’è il simbolo della Apple. Insomma questa mini interfaccia assolutamente speculare preserva l’utente dall’errore generato dalla lontananza tra uomo e macchina. Ti dice “guarda che hai scelto il senso giusto!”; oppure, se hai sbagliato verso, ti suggerisce: “fratello, è il verso sbagliato, ricordati che stai utilizzando tecnologia Apple: basta che l’ascolti e lei ti parlerà!”.

                                       Presa Usb 2  Presa Usb 1

La mia modesta esperienza con il mondo dell’informatica è sempre stata caratterizzata da un metodo assolutamente ermeneutico. Sono passato dall’usare l’interfaccia windows da profano a sbarcare il lunario fornendo assistenza informatica, avanzando a tentoni con la logica del “Così non ci riesco? Proviamo tutte le possibili strade alternative.”. Insomma mi sono costruito il mio sapere informatico sulla base di una logica fondata sull’errore. Risulterà quindi facile intuire come mai, e con quale connotazione, giudico la tecnologia Apple roba per sottosviluppati… peraltro sottosviluppati ricchi. La logica della Apple porta l’utente a non sporcarsi mai le mani con la manipolazione dell’informazione, ad opera di un’ intuizione, eludendo il percorso di apprendimento ermeneutico per ragioni di praticità; il che conferisce all’esperienza di contatto con la macchina un lato assolutamente frammentario che in un certo senso ne provoca il sequestro. La Apple cerca di farti andare a letto con il tuo pc saltando tutta la fase di corteggiamento. E la cosa più interessante è che questa frammentazione dell’apprendimento non influisce sul risultato materiale della propria attività, a patto che questa non abbia come oggetto il funzionamento della macchina stessa. Infatti questo è possibile proprio perché l’obbiettivo non è l’esperienza informatica ma piuttosto l’utilizzo strumentale per uno scopo lontano o comunque distinto dall’informatica. Che, in effetti, non avrebbe ragione di esistere se fosse fine a se stessa. La Apple tende a formare un universo di utenti che non hanno un’idea materiale di come funziona lo strumento utilizzato pur essendo quest’ultimo, in molti casi, di vitale importanza. E non voglio negare che questo processo sia abbastanza comune a qualsiasi tecnologia, ma intendo mettere l’accento sul fatto che le caratteristiche particolari della stessa informatica di nuova generazione rendono possibile questa frammentazione del processo di avvicinamento fra uomo e macchina.

Analisi fisiologica dell’Ipod Apple

L’ipod, già al livello filologico, è l’incontro fra l’ ”i” (io) e il podcast. Quest’ultima è una delle forme che caratterizzano i nuovi media. Il passaggio dalla forma “broadcast” (la sequenza in cui viene formalizzato il contenuto è fissata) alla forma “podcast” (la formazione della sequenza è una scelta personale dell’utente nell’ambito del possesso limitato dei contenuti) è un percorso fondamentale della post-modernità. L’ipod è il simbolo dell’incontro fra l’individuo e la forma ipertestuale del contenuto post-moderno. E questa personalizzazione, abbastanza relativa, del dispositivo tecnologico, si ritrova  descritta in pieno nel nome stesso. L’ipod è l’evoluzione del “walkman”, ma più precisamente un’evoluzione sulla via della praticità di quello che i francesi, sciovinisti, chiamavano “baladeur”. Un mangianastri portatile infatti presentava chiaramente i limiti dell’alimentazione a batterie velocemente consumabili e la restrizione del contenuto alla durata di una musicassetta: tutti limiti temporali. In questo senso l’ipod Apple ha sfondato il muro del suono. Rispetto ad un walkman questo è connotato di infinito! Infinitamente piccolo, leggero e portatile; infinitamente fruibile, modificabile nell’utilizzo e nella funzione. In pratica l’integrazione sintetica di tutti i dispositivi nei quali ha viaggiato evolvendosi la forma ipertestuale dei contenuti musicali, ma anche multimediali. E forse questo percorso andrebbe osservato come un viaggio che parte dalla musica e arriva alla multimedialità.

Il touchpad dell’Ipod come feticismo visuale

Ma quello che più mi ha colpito, osservando l’ipod alla luce dell’analisi feticista dell’immagine, è la rivoluzione messa in atto nella scelta dell’interfaccia visuale. L’ipod è infatti dotato di un “touchpad”: uno strumento di controllo che reagisce al tatto. Non si parla più di pulsanti (altra evidente metafora fallica) ma piuttosto di sfiorare una determinata, e soprattutto predeterminata in maniera marginalmente visuale, zona del dispositivo. Infatti al livello visivo, tralasciando le varie scelte cromatiche che nulla tolgono al livello concettuale, si è cercato di far scomparire l’interfaccia di controllo tattile. Su un “walkman” la zona di controllo del dispositivo era molto più evidente, spesso inquadrata e messa in rilievo, e soprattutto caratterizzata da pulsanti-escrescenze. Il pulsante si spinge, e si riceve un feedback proprio per effetto del fatto che una volta spinto si fissa, mentre il touchpad si sfiora e non c’è un feedback immediato caratterizzato da fissità o modifica della forma della zona di controllo. Il feedback viene dall’effetto diretto del messaggio inviato dall’uomo al dispositivo. Si verifica sulle conseguenze dell’atto e non sull’atto stesso.

La sequenza non è più “percepisco la tastiera”, “schiaccio il tasto”, “percepisco il tasto che è schiacciato”, “percepisco la musica”; ma piuttosto “percepisco la tastiera”, “schiaccio il tasto”, “percepisco la musica”. L’ipod fa quindi in modo che il soggetto salti la percezione del cambiamento morfico del dispositivo creando una corrispondenza più diretta fra l’atto di manipolazione e la sua conseguenza. Tutto questo ha l’aria di una semplice modifica, trascurabile al livello della fruizione, ma alla luce di un’analisi basata sul feticcio mi sembra una bella rivoluzione: la manipolazione diretta dell’informazione.

                       Touchpad Ipod Capezzolo Ciambella

Ma quello che pare ancora più rilevante sul piano del feticismo è la forma  del touchpad. Si tratta di un cerchio contenente un altro cerchio più piccolo. I pudichi direbbero che sembra una ciambella. E sarebbe azzardato pretendere che una singola interpretazione corrispondesse alle intenzioni dei designer di Apple. Ma osservandolo con gli occhi del feticcio è inevitabile pensare ad un capezzolo. Un capezzolo multimediale che produce e manipola la musica. Un’idea assolutamente geniale. Come se la musica fosse un contenuto proveniente dall’interno del corpo dell’individuo. Come se, finito l’allattamento, Madre Natura avesse deciso, a millenni dalla creazione, di nutrire l’uomo di musica. Come se la fase di nutrizione alimentare fosse terminata e non potesse che cominciare una fase di nutrizione musicale. Come se il punto in cui si concentrano una moltitudine di terminazioni nervose fosse improvvisamente espugnato dalla musica. Come se la musica non si percepisse più attraverso l’orecchio ma tramite il capezzolo. E io dico come se… Ma in realtà tutto questo è: l’ipod.

Una visione alternativa, ed ancora più estrema, lascerebbe ipotizzare un antico scollegamento delle terminazioni nervose, che la tecnologia, la storia, l’arte e la cultura, con il passare di millenni, hanno ricongiunto con il frutto primario. Quasi una sorta di distacco dal paradiso terrestre, o da una mela proibita, il cui sapore e odore non sono mai stati dimenticati, e la sola debolissima percezione ravviva lo spirito confortandolo per la lontananza.

I tasti dell’Ipod: una bussola culturale.

Inoltre c’è un’altra questione alquanto rilevante: le singole funzioni dei tasti del touchpad. Innanzitutto i tasti sono situati, ipotizzando la sovrapposizione con una bussola, a nord, sud, est, ovest e al centro; ed inoltre sono tasti dei quali non si percepisce la presenza al livello morfologico, infatti non ci sono escrescenze a parte quella centrale, molto leggera. Esattamente come in un capezzolo rilassato non si percepiscono al tatto escrescenze corrispondenti a terminazioni nervose a parte quella centrale. Queste si concedono al tatto solamente una volta stimolato il capezzolo come se si premessero dei tasti, oppure sfiorandolo leggermente come per volerlo accarezzare.

Sud

Il tasto “play/pausa” è situato a sud. Nella parte bassa del capezzolo. L’unico modo per riuscire a raggiungere il centro interno del capezzolo, che è leggermente pendente verso il basso quando è rilassato, è proprio porre pressione sulla parte bassa. E in corrispondenza, gli ignari designer della Apple, hanno posto il tasto che permette di avviare la riproduzione della musica oppure di interromperla (momentaneamente). Infatti l’ipod non ha un tasto che corrisponde alla funzione “stop”, perché la musica non si può fermare… Il dispositivo si spegne applicando una prolungata e decisa pressione sul tasto “play/pausa”. Facendo la stessa cosa su un capezzolo si percepisce un leggero dolore. Come a dire “se vuoi spegnere la musica ti devi fare male”. L’ipod rovescia la corrispondenza funzionale fra la sensazione e il fenomeno extra-corporeo. Come se volesse scoraggiare la cessazione del nutrimento multimediale.

Est ed Ovest

I tasti situati ad est e ad ovest corrispondono alle funzioni “vai alla traccia successiva” e “vai alla traccia precedente”. Ed è curioso notare come la scelta dell’orientamento su un asse orizzontale sia tanto artificiale quanto naturale. Infatti l’est è avanti: l’oriente. Mentre l’ovest è indietro: l’occidente. E qualsiasi antropologo anti o post-colonialista avrebbe materiale sul quale scervellarsi riguardo a questa curiosa e scontata scelta dei perversi signori della Apple. L’occidente/indietro è ripetizione, approfondimento; mentre l’oriente/avanti contempla l’innovazione, il mutamento… o forse più semplicemente si potrebbe parlare di conoscenza e trascendenza, vecchio e nuovo, ma soprattutto di esperienza ed ignoto. L’ipod cardinalizza i limiti direzionali del contenuto, fino a fissarlo fra indietro ed avanti. Pone dei limiti che non sono altro che ponti verso la conoscenza.

Nord

Il nord rappresenta il tasto “menu”, a mio avviso di minore interesse per l’analisi del feticcio. Probabilmente, a questo punto, un errore per necessità della struttura simbolica, come se i tecnici si fossero chiesti per mesi e mesi “ e al nord che cosa ci mettiamo?”. Il tasto “menu” serve a navigare all’interno del dispositivo che presenta le funzioni di gioco, orologio, calendario, riproduttore di immagini fotografiche e di video. Come a dire “qui ci mettiamo tutto il resto… nel caso in cui aveste proprio bisogno di qualcos’altro a parte la musica”. E questo “tutto il resto” è una porta aperta alla multimedialità, quasi come se fosse il punto di evoluzione del dispositivo stesso. In merito posso solo aggiungere una citazione di Rousseau che diceva che le lingue del nord sono nate vicino a una fabbrica e le prime parole erano “aiutami” mentre quelle del sud sono nate accanto alle fontane e le prime parole erano “amami”. Aiuto/evoluzione e Amore/musica. Inoltre l’associazione del concetto di avanzamento ad entrambi i tasti “nord” ed “est” genera una dinamica sorprendente che è essa stessa espressione di tale tendenza: il senso orario. Il quale suggerisce un tentativo di instaurare familiarità con l’oggetto/dispositivo. Come se l’individuo potesse dimenticarlo come si fa con l’orologio al polso. Ma inoltre è anche l’accentramento dinamico della spirale.

Il Capezzolo/Ciambella

L’ultimo tasto, al centro, quello che crea l’effetto capezzolo (ciambella), ha sempre una funzione di accesso alla navigazione. Però non si parla di manipolare le funzione dell’oggetto in se, ma di intervento attivo sul contenuto, nel senso della singola traccia. Infatti la pressione sul centro  permette di spostarsi a piacimento in un punto preciso del brano musicale, di indicare un gradimento che influenzerà la riproduzione casuale dei brani e di selezionare la funzione di regolazione del volume. Esattamente come l’escrescenza centrale del capezzolo rende possibile l’accesso alla manipolazione diretta. Esattamente come il buco della ciambella permette, dopo averlo stimolato, di far risorgere delle altre piccole escrescenze che corrispondono a terminazioni nervose in iperattività. Proprio come il tasto centrale è collegato al comando “ok” in qualsiasi sottocategoria del menu del dispositivo e introduce il determinante concetto di movimento. Centro/movimento, come il punto intorno al quale girano le lancette dell’orologio, il fulcro dell’esistenza stessa. La meta della spirale. Ma soprattutto è proprio questo centro che genera il feticismo visuale. Senza buco non si potrebbe parlare di ciambella, eppure è solo un buco, un niente che è molto perché caratterizza una forma astratta e innaturale.

Lo stupore metodologico: il volume dell’Ipod.

Il punto in cui interviene lo stupore metodologico è però la questione della regolazione del volume. Mettendo da parte tutti gli studi sull’ascolto della musica ad alto volume, che peraltro sembrano essere fra i più attendibili e concreti nell’ambito delle ricerche sulla comunicazione, si può capire come il livello del volume sia assolutamente la svolta centrale. Infatti questo si regola sfiorando il touchpad con un movimento rotatorio in senso orario. Come ad accompagnare le lancette dell’orologio. Ed è proprio questo il culmine del feticismo insito nell’ipod: sfido chiunque a fare lo stesso movimento sul proprio capezzolo e a negare la stimolazione del fascio di terminazioni nervose. Così i creatori della Apple hanno voluto restituire la mela al proprio istinto primordiale più basso e centrale: l’eccitamento sessuale. E il fatto di collegare tutto questo alla musica fa la rivoluzione della ciambella/capezzolo. Con l’eccitamento del capezzolo multimediale il volume della musica aumenta e si riduce il controllo sui nervi ormai impazziti. Ma Mr Apple in realtà vuole dire: “io vi ho ricollegato con il capezzolo multimediale, e attraverso questa ricongiunzione vi ho restituito una dinamica di controllo.”. Perché lo sfiorare il touchpad emulando il movimento delle lancette dell’orologio è molto più semplice e immediato rispetto ad azionare una rotella unidimensionale incastonata a forza nel vecchio walkman. Oltretutto questo porta direttamente al binomio fondamentale Musica/Tempo. Più passa il tempo più il volume aumenta, e per di più questo tempo è reversibile a comando quanto è “abbassabile” il volume del sonoro.

Infine la collocazione spaziale del dispositivo apre la porta alla sovrapposizione metodologica del concetto di bodyscape. E a questo punto è doveroso citare un’esperienza personale. Essendo un melomane, amo ascoltare la musica in motorino. D’estate, potendo, grazie all’afa romana, che inaspettatamente ha raggiunto per me una marginale connotazione positiva, andare in giro in maniche di camicia, porto l’ipod nel taschino. Dedicandomi a tale lussuriosa attività mi sono accorto che con il passare del tempo il mio capezzolo multimediale si confonde con il capezzolo reale. E il touchpad fa si che non si è costretti ad infilare la mano nel taschino: si può manipolare la musica solamente sfiorando il tessuto. E ci si rende conto che il feticcio penetra il cotone e rivela il capezzolo all’esterno dell’indumento. A quel punto l’ipod ha dislocato il capezzolo. E’ arrivato a manipolare lo stesso corpo rendendolo un panorama dinamico. Azzarderei quasi le estreme conseguenze del concetto di bodyscape. Inoltre alla luce di tutto questo l’idea di manipolazione diretta e dinamica prende ancora più significato e confonde il dipositivo tecnologico quasi come un’applicazione sottocutanea. La musica viene incisa e registrata sulla mia pelle, per di più nel punto più sensibile di tutti. Capezzolo multimediale dislocato sulla camicia e capezzolo naturale trasferito su quello multimediale.

“Melomania”: il vero brand dell’Ipod

Rimane in effetti doveroso ritornare ancora sul discorso del brand. La mela con il morso. Il simbolo del ritorno al paradiso terrestre fa da punto di congiunzione: il “relais” fra andata e ritorno dal feticcio al corpo. Inoltre è piazzato sul dorso dell’ipod così da ritagliarsi come punto di contatto fra capezzolo naturale e capezzolo multimediale. (Ammesso che si possa ancora distinguerli). Ma la mela stessa ha una connotazione precisa che richiama inevitabilmente la posizione dell’idiota tecnologico descritta da McLuhan. Infatti il simbolo del paradiso terrestre che esce dallo stato di natura suggerisce da una parte la neutralità della tecnologia dei nuovi media e dall’altra un ricongiungimento calvinista. Uscita dall’uomo naturale per la santificazione dei pandemonium.

La mela di Platone che rivela il dualismo umano e la mela del peccato che disegna  come “rappresentamen” la tentazione. Ma qui ancora la perfezione del dualismo nasce proprio dalla presenza di una tentazione. E la tentazione stessa nasce dal dualismo. Insomma per quanto il logo spinga a prescindere dal giudizio di valore si eregge solida e prepotente una dicotomia. Perché la perfezione genera la tentazione nel dualismo e la tentazione è essa stessa il punto di evoluzione esponenziale verso la perfezione del dualismo. Il concetto di neutralità è quindi scongiurato dalla dicotomia originata dal metodo dialettico. L’ipod è borghesia tribale post-moderna. Mira a presentare ciò che è culturale come naturale, senza nasconderlo, eppure definendolo nell’insignificante, e al tempo stesso rilevante, dettaglio del morso sulla mela. E, purtroppo, tutto questo scardina la neutralità del medium, ma piuttosto, per fortuna. La neutralità svuota il contenuto, leva significato alla personalizzazione, che diventa puramente formale e non sostanziale, come vorrebbe illudere Mr Apple (sezione commerciale).

La dialettica perfetta dell’Ipod Apple.

La stessa logica Apple si pone come alternativa al mondo Microsoft che sacrifica il ravvicinamento uomo macchina in virtù del costo basso. La Apple (sezione tecnica) ricerca, al livello tecnologico, il ricongiungimento, sperando di superare la dicotomia con la neutralità. Ma per il metodo dialettico stesso l’alternativa è sempre un’alternativa a qualcosa, il che genera la dicotomia. La tesi crea l’antitesi e l’antitesi dipende dalla tesi, come ci ha insegnato Dahrendorf. E a poco serve la favoletta della neutralità della sintesi. Così la logica Apple è sempre una risposta al mondo Microsoft, inesorabilmente in dicotomia.

Il simbolismo quindi non prescinde dalla connotazione ideologica e la svolta funzionale rimane permeata per lungo e per largo dalla ricerca di un punto di contatto che si alterna fra i due elementi dicotomici. E così l’ipod non è buono o cattivo a seconda del contenuto e dell’uso ma è un punto di discontinuità. Un elemento che modifica la continuità del tempo e non si sposta da un binario all’altro parallelo, ma piuttosto sceglie altri binari. E l’uomo non può che accettare che la meta di entrambe le vie ferroviarie è ignota. Ecco l’ipod… un’altra via nella classificazione dei sistemi narrativi descritta da Levi-Strauss. L’uso e il contenuto sono affidati all’immanenza della natura umana che non é il morso sulla mela ma la mela stessa. Non perfezione, ne tentazione, ne la figura nel suo insieme. Piuttosto l’immanenza del tempo.

Ecco spero che tutto questo non sia assolutamente strampalato, l’ho buttato giù in diversi mesi di riflessione, e magari è solo un accenno di idea che mi serve quantomeno per verificarne il senso e la struttura. Le sono molto grato se si è voluto spingere fino alla fine e spero che tutto questo sia nello spirito da lei seguito nel suo libro. Per quanto abbia già sostenuto il suo esame questo magari potrà servire ad accertarmi di aver carpito lo spirito del saggio.

Con stupita fatticita… e fatticità stupite,

YanezDeGomera

P.S.

Le allego qualche verso di Fabrizio De André, che trovo sempre opportuno citare in tutto quello che andrà “non al denaro, ne all’amore, ne al cielo”.

“Mi arrestarono un giorno per le donne ed il vino.
Non avevano leggi per punire un blasfemo.
[…]
Perché dissi che Dio imbrogliò il primo uomo,
Lo costrinse a viaggiare una vita da scemo;
Nel giardino incantato lo costrinse a sognare:
A ignorare che al mondo c’è il bene e c’è il male.
Quando vide che l’uomo allungava le dita
A rubargli il mistero di una mela proibita;
Per paura che ormai non avesse padrone,
Lo fermò con la morte e inventò le stagioni.”
 
Un blasfemo (dietro ogni blasfemo c’è un giardino incantato)
Non al denaro, ne all’amore, ne al cielo – Fabrizio De André
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