Reportage su Piazza Vittorio

Roma, 9 Dicembre 2008

Reportage su Piazza Vittorio assegnatomi dal Prof. Gustincich nell’ambito del laboratorio di scrittura e cultura della comunicazione.

Piazza Vittorio Emanuele a Roma

Il quartiere di Piazza Vittorio Emanuele si trova a ridosso della stazione Termini, dalla parte opposta a San Lorenzo. La sua storia recente si articola prendendo come riferimento la metà degli anni ’90 che fa da spartiacque fra l’identità popolare e il “Melting pot” all’italiana. La piazza è incastonata al vertice del tridente formato dalle tre principali arterie di Roma sud: Prenestina, Casilina e Tiburtina. Ed è ugualmente incastrata fra San Lorenzo, cuore del popolo romano, ex quartiere di ferrovieri ritinteggiato in stile un po’ Bohèmien, la stazione centrale, porto anticamente contadino ormai riconsacrato a polo turistico e San Giovanni, quella che storicamente e strutturalmente è la porta a sud dell’antico centro del mondo.Intorno al 1995 la piazza e il quartiere circostante sono cambiati sull’onda del travolgente nuovo millennio. Lavori di ristrutturazione della piazza e insediamento di comunità straniere di innumerevoli etnie.

Fisionomia ermeneutica della piazza

Passeggiando per “piazza Vittorio” si respira ancora, leggera, l’identità del luogo. Quartiere popolare che fungeva da punto di incontro tra ceto medio, popolo e contadini. La piazza si divide in due parti il centro ed il contorno. Il centro è un giardino delimitato nel suo intero perimetro da un cancello. Il contorno è composto da portici organizzati in quattro navate, ognuna divisa nel mezzo da logge con soffitti circolari. Alcune di queste logge sono finemente decorate ma scarsamente illuminate e tristemente abbandonate al tempo ed ai fumi del traffico.

Primo Frame

Tra i portici e il giardino vi sono due interstizi: la strada ed il marciapiede. La strada si divide in una zona per le auto ed un’altra trafitta dalle rotaie del tram. Le due zone, in corrispondenza dei portici, sono divise da una specie di banchina, in alcuni tratti un marciapiede alquanto misero, in altri una catena di cordoli di gomma dura, gialli all’origine, poi ingrigiti dalle quotidiane ore di punta. Il marciapiede adiacente al giardino forma uno spiazzo che si sviluppa tutto intorno al centro come ad isolare questa specie di oasi. Un parchetto con tanto di collinette, vialetti, panchine e parco giochi per i bambini, dominato dall’immensità di diverse coppie di palme che più di tutti potrebbero raccontare la storia e i luoghi di Piazza Vittorio. Un posto inesorabilmente vuoto. Vuoto di passaggio.

Secondo frame

Passeggiando sotto il portico si percepisce continuamente la presenza di questo centro della piazza. Infatti il solo limite contrassegnato dal cancello lo impone come presenza continua e vigile. Il degrado e la mancanza di cura delle arcate, fermandosi a cercare di sbirciare attraverso il tempo e la sporcizia, danno la sensazione di essere stati abbandonati dal mondo. Mentre invece il mondo è qui a Piazza Vittorio. I negozi, praticamente tutti gestiti da Cinesi, sono per la maggior parte boutique d’abbigliamento o al massimo di oggettistica a basso costo. I commessi sembrano tutti molto entusiasti ed intenti a far passare un’immagine di pura consuetudine e quotidianità. Ma negli stessi passaggi affollati sotto il portico è impossibile non notare la varietà delle etnie nei diversi lineamenti, tratti somatici, taglio degli occhi, colori e soprattutto nelle lingue. Ed a questo punto emerge chiaro il punto di svolta per capire questo strano luogo: la vita della piazza si svolge nel contorno. Respira a pieni polmoni sotto i portici che poco hanno da invidiare ai “passages” di Walter Benjamin. Piazza Vittorio è strutturata come se volesse simboleggiare il centro associato al bene ed il contorno associato a tanti piccoli “pandemonium” dove risiede il male. E per marcare questa distinzione fra centro e periferia sono sorte diverse barriere; prima il cancello, poi il fatto stesso che sia circondato da un largo marciapiede, poi ancora la banchina del tram e poi infine, in fondo a tutto, la folla ammassata in questi piccoli centri del male: i “passages de noantri”.

I Portici di Piazza Vittorio, i "passages" de noantri.

Psicologia della piazza

Le attività gestite dagli italiani si contano sulle dita, ed in questo senso, è ben noto a tutti, frequentatori, residenti e passanti, che a Piazza Vittorio c’è quasi sempre una macchina della polizia, carabinieri o vigili. C’è quest’aria, che probabilmente non è altro che impronta culturale, da quartiere pericoloso… incasinato.

“Na città de rioni!”

Sotto uno dei portici, oltre ad un’oreficeria di proprietà di un italiano c’è una pizzeria in cui lavora una coppia sui cinquanta. Dopo le sette, con la chiusura del commercio orientale, sono gli unici aperti. Con loro ovvia ed evidente soddisfazione. La piazza, a loro dire, era molto meglio prima degli anni ‘90, epoca in cui il “compagno Rutelli” cominciava a svendere gli esercizi commerciali e gli appalti. Perché pare che il problema sia che questo è un rione, non un quartiere come dicono i “compagni”. Ma comunque gli stranieri non hanno grosse responsabilità, o almeno non quanto quelle degl’italiani. Intorno al ’95 sono arrivati i Cinesi. Dopo il 2000 viene chiuso il mercato che si teneva in maniera più o meno abusiva sul marciapiede circondante il giardino. Erano tempi in cui questa gente doveva avere tutta un’altra visione del posto che identificava come casa. Infatti il mercato era la prima fonte di sviluppo del commercio, una specie di pubblicità gratuita di due prodotti diversi. Il mercato è stato chiuso per questioni di igiene. Infatti, trattandosi di un mercato in un interstizio, per mancanza di strutture, rappresentava una sorta di terra di nessuno tra i pandemonium ed il centro, dove si potevano osservare varie manifestazioni di degrado. Dalla prostituzione e lo spaccio al proliferare di simpatici roditori. Ma nonostante tutto questo il mercato era bello ed in fondo non c’erano grossi problemi di criminalità. E il mercato di Campo de’ Fiori è igienico? Negli anni ’70 e ’80 anche Campo de’ Fiori aveva quell’aria da quartiere pericoloso… e molto più che incasinato.

Il vecchio mercato

Sul lato opposto della piazza pare che ancora ci siano delle bancarelle la mattina, come una volta ce n’erano sul marciapiede intorno al giardino. Ma nel 2008 si vendono collanine, braccialetti ed accendini strani non più i frutti della terra dei contadini dei castelli, anche perché ormai i contadini sono una manciata in confronto agli extracomunitari in cerca di un’occupazione da venditore ambulante.

I signori anziani, intenti ad osservare il tempo che passa e il quartiere che cambia davanti ai loro occhi, sono lì pronti a raccontare vita, morte e miracoli di tutte quelle zone limitrofe poste a difesa del centro della piazza. E questi si lamentano del giardino che non viene curato, potato e coccolato. Come se loro stessi fossero una protezione per il centro della piazza che ormai è la loro zona da difendere. Ormai il centro, il bene, sono loro! Infatti, visto che il ceto medio ha abbandonato queste lande desolate, il quartiere è degli ex contadini, o almeno sono loro che hanno ereditato l’identità del luogo ed il ruolo di difensori del centro buono della piazza. E questo ruolo sociale lo svolgono, da moderni calvinisti, presidiando il centro cattivo: il contorno… gli inferni a se stanti dei “passages” sotto i portici. In queste quotidiane assemblee di quartiere si condannano gli stranieri che non hanno rispetto neanche dei loro pandemonium, espletando alla luce del sole le loro funzioni fisiologiche di base; e poi ce la si prende con la mancanza di controllo e considerazione da parte delle forze dell’ordine. Le palme, eterne testimoni del deturparsi del centro e del contorno, sono abbandonate e traboccano di enormi foglie secche che minacciano la caduta improvvisa manco fossero le gru della Puglia. E tutto questo, perché il bene continui a persistere, deve avere una spiegazione, una conclusione che salvi il valore del centro buono : “Panza piena non pensa a chi lavora”. Prima ti potevi ritrovare i topi nel formaggio… ma almeno la piazza era viva e soprattutto vivace. Ed inoltre la merce delle bancarelle era roba di campagna, andava a ruba la mattina. Ormai, piuttosto che rivolgersi al nuovo mercato Esquilino, novella apoteosi del pandemonium ancora più allontanato dal centro, si preferisce il supermercato: la farfalla sbocciata dalla calla sicura dei vecchi “passages”. Superstizione? Razzismo?… forse solo impronta culturale. O piuttosto una classica posizione da riunione di condominio. E il degrado vero, lo spaccio e la prostituzione, persistono anche al geniale intervento del bel “compagno”. Rapine, vespasiani a cielo aperto, e persino una nuova forma, romano-orientale, del vecchio trucco del mattone napoletano nella scatola del videoregistratore, applicato al telefono cellulare.

Piazza Vittorio Emanuele a Roma

Meltinpot de noantri

E gli stranieri non rispondono, soprattutto i commercianti cinesi. Quando rispondono, sono principalmente volti a riflettere sull’instabilità persistente della loro condizione futura. Ma non avvertono razzismo. Alcuni ormai si ritrovano scritti in faccia gli anni che hanno passato su queste passeggiate infernali, raggiunte con fatica come se si trattasse della loro terra promessa.

Pandemoium, borghesia e ceto medio!

Sul lato perpendicolare si trovano i colossi del commercio Esquilino. MAS, il prodotto del passeggiare, emerso direttamente dal popolo per il popolo stesso, pubblicizzato in televisione da Pierino il caratterista, splendido e lampante esempio del giovane e dell’attempato popolano di Piazza Vittorio. Il centro commerciale de noantri, quasi primo pandemonium, sopravvissuto e rinvigorito, come se fosse dotato di immortalità, dal geniale riassetto del “compagno”. E poi ci sono i magazzini Grilli che stanno lì da quando le foto erano sbiadite ed in bianco e nero. Ultima rappresentanza di ceto medio, che anche se sconfitto, resiste ancora da primo pandemonium esorcizzato. Anche loro rimpiangono l’estensione contadino-popolare del centro buono e, come se presentassero il passaporto, riconoscono la difficile situazione antigienica e pericolosa dell’assetto precedente, ma con un certo rimpianto triste e rassegnato.

Piazza Vittorio a Roma

Insomma il dubbio di questa passeggiata si delinea chiaro: Piazza Vittorio è un’immagine della Roma del futuro o l’immagine presente del degrado della Roma del passato? Sicuramente la metà degli anni Novanta ne ha fatto il biglietto da visita della terra promessa, ma non si può non notare che ormai si parla di una carta intestata con riferimenti e decorazioni sbiadite dall’esauriente intervento dei “compagni”. Le metafore sono ormai fuori luogo perché la piazza stessa è una similitudine universale con il mondo antico e moderno. Piazza Vittorio è il mondo. Vi si può leggerne la storia a linee confuse fra di loro dal senso di abbandono. Come a dire, parafrasando la canzonetta di un autore straniero a Piazza Vittorio quanto i suoi attuali frequentanti: “La libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione”.

YanezDeGomera

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